A Tel Aviv, anche nei giorni di festa, in una città che vivere tra ristoranti pieni, musica e tavoli affollati, il 7 ottobre sembra comunque essere sempre presente. Basta parlare con qualcuno per pochi minuti perché la conversazione finisca lì: sulla guerra, sugli ostaggi, su Gaza, sulle responsabilità politiche del governo di Benjamin Netanyahu e sull’assenza, secondo molti, di una strategia chiara per il futuro.
Le critiche non mancano. Anzi, nella città più liberale e cosmopolita di Israele sono frequenti. Ma sotto il dibattito politico c’è una convinzione più profonda che attraversa gran parte della società israeliana: quel giorno non è stato soltanto un attacco terroristico, ma la fine di un’idea di sicurezza.
Per capire quanto sia profondo questo cambiamento bisogna lasciare Tel Aviv e andare verso sud, nei luoghi dove la distanza tra la vita quotidiana e la guerra si misura in poche centinaia di metri.
Kfar Aza è uno di questi luoghi. Il kibbutz si trova a ridosso della Striscia di Gaza: in alcuni punti la barriera di confine sembra quasi a portata di mano. Qui il tempo per raggiungere un rifugio quando suona l’allarme è inferiore a un minuto. Per anni gli abitanti hanno imparato a convivere con i razzi, trasformando l’emergenza in una routine.








