Il 7 ottobre. Non ce ne vogliano gli strateghi della geopolitica ma, per capire, bisogna ripartire da un’ovvietà rimossa. Molti, pure tra i più democratici degli israeliani, anche tra i più critici verso Netanyahu e i suoi apocalittici sodali di governo, vi diranno che no, loro non sono affatto nella fase post-traumatica di quel giorno infame: ci sono ancora dentro fino al collo. Restano gli ostaggi, i vivi e i morti, in mano ad Hamas, a rammentarlo. E rimane quell’orologio a Teheran (lo ricordava Davide Frattini su queste colonne) in piazza della Palestina, a scandire l’approssimarsi dell’Armageddon col conto alla rovescia fino al 2040, data ultima nella profezia dell’ayatollah Khamenei per la cancellazione dell’«entità sionista» dalla faccia della terra. «Siamo in pieno trauma», mi spiegava una diplomatica pure esperta in risoluzione di conflitti e mediazione: mediare è talvolta un’arte sovrumana.
È stato questo elemento «esistenziale», per noi incomprensibile, a tenere in piedi il primo ministro di Gerusalemme, che fa dei suoi rilanci bellici e biblici un cemento di coesione nazionale e di salvaguardia personale. L’Iran era ed è l’ultimo anello di una lunga catena di dolore, il dante causa dei proxy che hanno stretto d’assedio Israele, il regista di quella ferocia. E dunque la guerra con Teheran è il principio e la fine, l’alfa e l’omega di questo dramma, baratro o salvezza che sia. Il famigerato Amalek, l’Arcinemico delle Scritture, s’anniderebbe da quelle parti.









