Quando un sogno finisce, è ancora più duro tornare alla realtà. Resta, amara, la delusione. È quanto sta avvenendo in questi giorni dopo la decisione del governo israeliano di estendere gli insediamenti ebraici e tagliare in due la Cisgiordania, rendendo così sostanzialmente impraticabile la soluzione della tragedia di un popolo senza patria: una tragedia che ha prodotto ferite indelebili nella nostra vita collettiva e versato tanto sangue innocente, dall’una e dall’altra parte. Il buio avvolge terre luminose. Betlemme, che è a pochi chilometri di distanza, si allontana da Gerusalemme Est, che di quella patria sarebbe dovuta essere la capitale. Sembra passato un secolo da quando Amos Oz, nel 2010, diceva: «Abbiamo bisogno di vivere uno accanto all’altro piuttosto che uno contro l’altro».
È ancora una volta il caso di dire, sperando come sempre di sbagliare, che il mondo non sarà più come prima dopo questo terribile agosto 2025. Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich , che parla sprezzantemente di «chiodi» e di «bare», non può quindi che essere lapidario: «Abbiamo cancellato con i fatti, l’ipotesi dei due Stati». Hamas, privo di una strategia che non sia la violenza, ha l’unico interesse di riuscire a compiere nuovi massacri. Il presidente americano Donald Trump, dimenticando la sua ossessione per il premio Nobel della Pace, saluta Benjamin Netanyahu come «un eroe di guerra».












