«La paura ha preso il sopravvento. Ha coperto tutto, come una spessa coltre di neve». Nell’ufficio della sua Ong, nel campo profughi di Aida, vicino a Betlemme, Munther Amira confida di non ricordare con precisione il giorno esatto in cui si è spenta la voce dei palestinesi. Ricorda soltanto che, a un certo punto, la gente ha smesso di scendere in strada, di manifestare, di urlare slogan contro i bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza. Quasi avesse preferito ingoiare la collera contro il nemico, per non esporsi a pericolose conseguenza. Davanti alle imponenti manifestazioni avvenute domenica a Tel Aviv, davanti a centinaia di migliaia di israeliani scesi in piazza per chiedere con forza la fine della guerra a Gaza, il silenzio che da molti mesi avvolge la Cisgiordania diventa ancor più assordante.

Eppure, in principio, i palestinesi della Cisgiordania non avevano esitato a riversarsi sulle strade per protestare contro le migliaia di civili uccisi dai bombardamenti israeliani. La prima manifestazione fu organizzata il 27 ottobre 2023 a Ramallah, i partecipanti furono circa 700. Il 1° novembre vi fu uno sciopero generale in Cisgiordania e a Gerusalemme: in piazza scesero almeno in 3mila. Quattro giorni dopo, sempre a Ramallah, circa 500 palestinesi protestarono contro la visita del Segretario di Stato americano Antony Blinken, con cartelli recanti la scritta: «Blinken, il sangue è sulle tue mani». Nemmeno una settimana dopo venne dichiarato un nuovo sciopero generale in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, come parte di uno sciopero globale per un cessate il fuoco. Poi quasi più nulla. Fa specie che le proteste più recenti da parte dei palestinesi siano avvenute nello Stato di Israele, nelle città arabe israleiane, come a Sakhnin, nel luglio 2025. Da parte di cittadini arabi con il passaporto israeliano. In Cisgiordania nulla, o quasi.