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31 AGOSTO 2025

Ultimo aggiornamento: 9:02

“Ho paura di indossare il giubbotto da giornalista con la scritta PRESS. Temo che sia usato per identificarci e colpirci più facilmente”. La giornata tipo di Hanin Hamdouna comincia ogni mattina alle 6. “Impasto un po’ di pasta e di farina per fare il pane, accendo il fuoco con i resti dei mobili distrutti di casa mia per cuocere quello che ho preparato”. Poi, racconta a Ilfattoquotidiano.it che l’ha raggiunta al telefono a Gaza, “mi preparo per andare a lavorare alla tenda del Centro di Solidarietà”. Hanin, 33 anni, è una giornalista freelance palestinese con alle spalle 11 anni di esperienza. “Da casa mia al centro – continua – devo camminare circa trenta minuti. Le interviste le realizzo con il mio vecchio telefono cellulare, poi produco il mio servizio in ufficio e torno a casa a piedi portando un po’ di lenticchie da cucinare per la mia famiglia”.

Fare il giornalista a Gaza è una missione. Il 26 agosto un raid israeliano ha colpito l’ospedale Nasser, giustiziando di fatto 5 giornalisti palestinesi e suscitando l’indignazione internazionale. Ma sono solo gli ultimi di una lunga lista con oltre 240 nomi di reporter palestinesi uccisi dall’inizio del conflitto. Io stessa, racconta Hanin, “sono sopravvissuta a un massacro in cui sono stati uccisi dei miei colleghi. La tenda in cui lavoravo, nel giardino dell’ospedale dei Martiri di Al-Aqsa, è stata colpita causando la morte di 5 persone e il ferimento di altre”.