Gli Stati Uniti hanno ripreso ufficialmente le operazioni militari nello Stretto di Hormuz, segnando un netto ritorno allo scontro aperto e archiviando la fragile parentesi diplomatica con l’Iran. Nel giro di 24 ore, Washington ha lanciato due ondate consecutive di raid contro infrastrutture legate a Teheran, accantonando i moniti simbolici per avviare una vera e propria campagna volta a ristabilire la deterrenza nel Golfo.
La riattivazione dell’offensiva certifica il naufragio della diplomazia. Il presidente Donald Trump ha di fatto dichiarato “finito” l’accordo di cessate il fuoco, svuotando l’intesa provvisoria che mirava a garantire una finestra negoziale di sessanta giorni in Qatar.
A innescare la risposta armata del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) sono state le “recenti aggressioni ingiustificate” attribuite a forze iraniane contro tre navi commerciali in transito: la M/T Al Rekayyat, la M/T Wedyan e la M/T Cyprus Prosperity.
Le operazioni statunitensi hanno assunto un carattere sistematico: l’obiettivo non è più una ritorsione una tantum, ma una missione per erodere e indebolire le capacità con cui Teheran mette a rischio la libertà di navigazione.
Il 7 luglio 2026 una massiccia ondata di attacchi con munizionamento di precisione ha colpito oltre ottanta obiettivi, neutralizzando sistemi di difesa aerea, siti radar, reti di comando e oltre sessanta imbarcazioni dei Pasdaran. Il giorno successivo, le azioni sono proseguite lungo la costa meridionale iraniana. I media statali di Teheran hanno riferito di esplosioni a Bandar Abbas, Sirik, Chabahar e sull’isola di Lavan.












