Nei motivi della sentenza Hydra anche le conversazioni tra due di S. Marco Argentano sulla “grande piovra” da Milano alla Calabria
CATANZARO – «È come una specie di piovra. Questi che tengono i miliardi sono tutti clan di qua. Quelli che sono potenti sono i riggitani. C’è pure Michele Capano con Franco u’ Mutu. Ci sono tutte le famiglie dei riggitani e siciliani, di Napoli, ci sono i casalesi. E noi siamo amici con tutti. Siamo come la piovra».
La conversazione tra i calabresi Domenico Artusi e Roberto Domenico Sarro, di San Marco Argentano, irrompono nelle quasi 2000 pagine di motivazioni della sentenza con cui il gup di Milano, Emanuele Mancini, ha inflitto circa 450 anni di reclusione ai 60 imputati che hanno scelto il rito abbreviato nel processo “Hydra”. C’è anche quell’intercettazione, captata dalla Squadra Mobile di Cosenza in un diverso procedimento, tra gli elementi che attestano, secondo il giudice, la trasversalità della cupola delle tre mafie.
L’intercettazione della Mobile di Cosenza
Da Degli Abilone, evidenzia il giudice, «veniva affermata la caratura criminale» per la capacità di «raccogliere diversi investimenti da organizzazioni criminali calabresi, siciliane e campane». Un unicum nella storia della criminalità organizzata italiana, il consorzio di ‘ndrangheta, camorra e cosa nostra operante in Lombardia, nel Milanese e nel Varesotto. I successivi sviluppi confermerebbero l’avvenuto incontro tra gli stessi interlocutori calabresi e i fratelli Abilone di Castelvetrano, del mandamento capeggiato da Matteo Messina Denaro, a Milano, presso lo studio di un commercialista.










