Marine Le Pen proverà per la quarta volta a diventare presidente della Repubblica francese. Dopo tre sconfitte elettorali, una al primo turno nel 2012 e due al ballottaggio contro Emmanuel Macron nel 2017 e nel 2022, la leader sovranista ha deciso di correre di nuovo, approfittando della sentenza della Corte d’appello di Parigi. I giudici hanno confermato ieri la condanna per appropriazione indebita di fondi pubblici europei e le hanno inflitto tre anni di reclusione, di cui due sospesi e uno da scontare sotto sorveglianza elettronica, più centomila euro di ammenda. Ma hanno anche ridotto il periodo di ineleggibilità in modo da permetterle di candidarsi alle presidenziali del 2027. Le Pen ha annunciato il ricorso in Cassazione, l’ultima leva giudiziaria per provare a sospendere l’esecuzione della pena più sgradevole per una candidata all’Eliseo: fare campagna elettorale con un braccialetto elettronico.

La leader sovranista potrebbe arrivare da favorita al primo turno del 18 aprile: il Rassemblement national, secondo gli ultimi sondaggi, è tra il 31 e il 32 per cento. Il problema di Le Pen, però, è sempre stato il secondo turno. Il precedente che la ossessiona è il dibattito finale contro Emmanuel Macron nel 2017: aveva la possibilità di fare pesare la sua esperienza contro un giovane e apparentemente inesperto candidato, ma finì invece per dare l’immagine di una leader aggressiva, imprecisa, incapace di reggere il dossier economico e monetario su cui veniva attaccata. Macron la spinse sulle contraddizioni dell’uscita dall’euro, lei perse il controllo del ritmo, si perse, come fa spesso, in inutili sarcasmi e appunti confusi, e quel dibattito fissò nell’immaginario francese l’idea di una leader capace di raccontare benissimo i problemi, ma carente nelle soluzioni.