Quando un’ex portavoce Nato, interrogata su cosa costituisca un successo del vertice di Ankara, risponde «nessuno scatto d’ira del presidente Trump», si può comprendere la misura del mutamento in atto. L’Alleanza nata per dissuadere Mosca si ritrova oggi a dover contenere, prima di tutto, il proprio socio di maggioranza, in arrivo da Washington. I 31 soci di minoranza sono convenuti in Turchia con l’obiettivo esplicito di presentare, parola del segretario generale Rutte, piani «chiari, concreti e credibili» verso il 5% del Pil, e con quello implicito di attraversare indenni 48 ore di liturgia atlantica.
La pedagogia del tributo ha i suoi rituali. Il mese scorso Rutte si è presentato nello studio ovale con cartelloni illustrati per mostrare il “Trump Trillion”, ovvero la spesa aggregata degli alleati da quando il Grande Capo inveisce contro lo scroccone europeo. Trump è atterrato in Turchia con un seguito di 1400 persone, inclusi gli addetti al rimpatrio dei suoi reflui fisiologici, affinché nessun servizio segreto possa analizzarne la salute: il corpo del re viaggia su un nuovo Air Force One gentile omaggio dell’emiro del Qatar. Il fatto che una trasferta così imponente sia letta come un segnale rassicurante («almeno è venuto») ammettendo che senza Erdogan avrebbe disertato, dice molto della soglia di aspettative.










