Per non rimanerne soggiogato, Ulisse si fece legare all’albero maestro della sua nave e si tappò le orecchie con la cera. Un canto irresistibile quello delle Sirene, che oggi i marinai associano a quello della berta, un uccello marino che vive tra cielo e acqua. Le berte attraversano il mare aperto per mesi, seguendo il vento e le correnti. Poi, ogni anno, tornano nello stesso nido. Sempre nello stesso luogo. Per deporre un solo uovo. Per crescere un solo piccolo. Questi magnifici uccelli possono vivere fino a 50 anni. Perché stanno scomparendo? Cattura accidentale con attrezzi da pesca, inquinamento da plastica, specie invasive, cambiamenti climatici. La vita delle berte dipende da pochi elementi essenziali: mare, vento e siti sicuri dove nidificare.
È un equilibrio fragile, che oggi rischia di spezzarsi. Durante la pesca molte berte restano intrappolate nelle reti o agganciate agli ami. È il bycatch: una cattura non intenzionale che ogni anno coinvolge migliaia di uccelli marini anche nei nostri mari. Molti non riescono più a tornare in superficie. E quando un genitore non torna al nido, spesso anche il piccolo non sopravvive. Per lungo tempo questo problema è rimasto invisibile. Ora però è documentato scientificamente grazie all’incessante lavoro dei volontari della Lega italiana protezione uccelli. «In questi anni siamo saliti a bordo dei pescherecci, abbiamo raccolto dati, osservato e documentato quello che accade in mare - spiegano - E, soprattutto, abbiamo iniziato a sviluppare soluzioni concrete insieme ai pescatori. Sistemi dissuasori, come boe e fasce colorate applicate alle reti, capaci di ridurre le catture accidentali senza fermare le attività di pesca».








