Sette anni. Per sette interminabili anni Ulisse rimase sull’isola di Ogigia, prigioniero della seduzione della ninfa Calipso, che lo amava fino alla follia, e lo tentava offrendogli l’immortalità. Inutilmente. Troppa la voglia di tornare a Itaca, e da Penelope. Nell’Odissea Omero racconta nel dettaglio questa prigione dorata, dando anche preziose ma vaghe indicazioni sulla sua collocazione. E così in molti hanno tentato di immaginare a quale isola reale si riferisse il poeta. C’è chi ha pensato a Gozo, nell’arcipelago maltese e chi a Pantelleria, o a Mljet in Dalmazia. Ma l’ipotesi più recente, e affascinante, colloca la mitica Ogigia di fronte alle coste joniche calabresi. O meglio, collocava. Perché, mito nel mito, quell’isola, che nelle antiche carte nautiche veniva chiamata Monte Sardo, ora non c’è più. È sprofondata in mare a cavallo tra Seicento e Settecento, e nel tempo se n’era perso il ricordo.

Fino al 1936 quando, durante una spedizione scientifica, non venne individuata da una nave della marina militare italiana di fronte al piccolo comune di Amendolara, nel golfo di Corigliano: a 20 metri sotto la superficie del mare ecco la sommità dell’antica isola, che poi si inabissa fino a 200 metri. Quello che era un monte è quindi ora una secca, la pescosissima Secca di Amendolara. Un vero miracolo di biodiversità marina (per esempio qui prospera l’unica colonia di corallo rosso del Mar Jonio) a 12 miglia dalla costa. Una condizione quasi unica, che l’ha fatta diventare l’habitat incontaminato di quelle che secondo alcuni sono le migliori aragoste d’Italia.