Nel 1989 la filologa Maria Corti vince il Premio Flaiano per la narrativa con Il canto delle sirene (Bompiani), un intreccio sperimentale di romanzo, saggio e riflessione sul mito. Il testo alterna a dialoghi fra le sirene tre storie, ambientate in epoche e culture diverse, esplorando il desiderio umano di perfezione e trascendenza. Dai volatili ibridi della tradizione greca – rapaci con volto femminile, custodi di un sapere legato al mondo infero – alle seducenti donne-pesce medievali, le sirene mutano forma e significato: pur restando figure liminari tra conoscenza e pericolo, la loro voce perde valore sapienziale e il corpo diventa allegoria morale dei piaceri terreni. Nella rilettura di Corti, non sono antagoniste dell’uomo, ma incarnano l’ambivalenza del rapporto tra chi canta e chi ascolta, mostrando come ogni epoca riscriva il mito secondo le proprie ossessioni. Attraverso fonti classiche e medievali Corti traccia una storia della sensibilità europea e, insieme all’originaria associazione con la parola e la conoscenza, restituisce alle sirene una voce autonoma.
A distanza di anni, Adriana Cavarero riprende lo stesso titolo per un saggio che ribalta la prospettiva tradizionale: mentre il mito celebra chi sfida la vita per ascoltare le Sirene, qui è la vita stessa a doversi mettere in ascolto (Il canto delle Sirene, Castelvecchi, pp. 112, € 16,50). Il confronto con l’opera di Corti evidenzia una differenza decisiva. La filologa leggeva l’episodio omerico attraverso il filtro dell’Ulisse dantesco e ne individuava il nucleo nella curiositas e nella tensione conoscitiva: il valore salvifico attribuito all’arte offre una risposta. La filosofa, invece, adotta uno sguardo più speculativo e disincantato: la voce delle Sirene non è semplice strumento di seduzione, ma dispositivo simbolico che interroga criticamente le riflessioni contemporanee sulla differenza di genere e sulle sue rappresentazioni. Pur nella veste di un brillante divertissement, privo di esplicite ambizioni teoriche, il saggio dialoga con temi centrali della ricerca di Cavarero, già esplorati in A più voci. Filosofia dell’espressione vocale (Feltrinelli, 2003). Il mito diventa punto di partenza per indagare la voce e il canto, spostando l’attenzione dall’ascolto all’emissione vocale, dal destinatario a chi produce la performance. Confrontarsi con questa proposta, sorretta da un pensiero originale e autorevole nel panorama filosofico contemporaneo, è stimolante; rilevarne le incongruenze non ne diminuisce il valore di ingegnosa sfida alle opinioni consolidate.







