di Flavia Palomba

Il termine “Odissea” è da sempre sinonimo di viaggio tormentato, incarnando nell’immaginario collettivo una tempestosa peregrinazione. Il suo protagonista Ulisse non ha mai conosciuto l’usura del tempo, influenzando per secoli la letteratura mondiale, quale emblema di astuzia e di modernità. L’uomo che osa sfidare l’inimmaginabile.

Il poema omerico questa estate è tornato ad animare i dibattiti culturali grazie alla pellicola di Nolan, presente da qualche settimana nelle sale ed oggetto di interessanti considerazioni. Grandi linee, il poema è noto a tutti; l’eroe epico che sopravvissuto alla guerra di Troia deve peregrinare per anni prima di rivedere la sua amata Itaca.

Costantemente ostacolato da divinità dispettose, che incarnano vizi e virtù degli esseri umani. Il mito di Ulisse ha attraversato i secoli, ed è stato metro di paragone per molti intellettuali che ne hanno sempre decantato la sua straordinaria attualità, ma come sarebbe il suo viaggio se fosse interamente calato nella nostra quotidianità?

Probabilmente Ulisse non partirebbe dalle macerie di una guerra materiale, ma al contrario il tutto prenderebbe inizio dai frantumi della propria individualità. La Troia da cui cercherebbe di scappare sarebbe un luogo di alienazione e tremenda solitudine, fuggirebbe dalla ricerca costante del profitto, dalla corsa contro il tempo, dal dover essere performanti a tutti i costi. Fuggirebbe dalle apparenze, e dalla superficialità che caratterizzano il nostro tempo, mettendosi alla ricerca della propria identità.