«No, no, no. Il giorno libero non c’è, ok? Ti è chiaro? La busta paga sarà di 1.400-1.500, poi c’è il fuori busta. E se vengono i controlli tu gli dici che è tutto regolare, che il giorno di riposo c’è». A spiegare le condizioni di lavoro in un hotel a 3 stelle della riviera romagnola è il suo stesso titolare. Lo fa in un colloquio registrato di nascosto da L’Espresso in cui si complimenta con la candidata: «Almeno tu non sei né straniera né terrona».Una paga apparentemente buona ma che nasconde turni massacranti da 11 o 12 ore al giorno, da coprire ininterrottamente fino a fine stagione. Con una quota in nero che serve come incentivo per chi dimostra di riuscire a sostenere i ritmi: «Se vali, qualcosa in più te la do, magari se mi va arriviamo anche a 2000, 2100». Cioè a dire un totale di circa 6 euro l’ora senza riposo, ma solo se al capo va.Ad accettare – come spiega lo stesso titolare – sono soprattutto lavoratori stranieri che dormono direttamente in struttura. Così è più semplice controllarli e si può sottrarre dalla loro paga il costo dell’alloggio.Ma non è affatto un caso isolato. Per esempio Laura – 22enne romagnola con già 6 anni di esperienza nel settore del turismo – racconta a L’Espresso delle condizioni trovate nel bar di un ristorante di una nota catena presente in tutta Italia.«Avevo un contratto part-time ma mi facevano lavorare addirittura 60 ore a settimana, ben al di là di un full-time. I turni erano mostruosi, dalle 10 del mattino alle 11 di sera, spesso senza pause. Il primo mese mi hanno dato 800 euro invece dei 1200 promessi. L’ho fatto presente e la paga è passata a 750 euro».Ciò che ha colpito Laura è però altro. «Sono stata costretta a servire spremute con arance ammuffite per “risparmiare”, ho dovuto vendere cibo contaminato da blatte. Addirittura un collega mi ha molestata. Dopo aver denunciato il fatto internamente e minacciato di andare alla polizia, il capo lo ha prima sgridato superficialmente, e poco dopo lo ha promosso».Laura racconta anche che in varie occasioni e presso vari datori di lavoro le è stata contestata la giovane età. «Io conosco i miei diritti in quanto lavoratrice – racconta – ma quando ho provato a farli valere mi è stato detto che si vede che sono giovane, che non so come funziona il mondo, e che chi lavora deve ringraziare per avere un’occupazione e non stare a sindacare più di tanto. Io credo che – conclude Laura – non siano i lavoratori a mancare, come dicono. Manca piuttosto chi vuole fare da schiavo».Anche Messaudi, cittadino tunisino in Italia da 40 anni, racconta dello sfruttamento subito. E lo fa con una prospettiva molto più ampia di quella del turismo in Riviera.«A Milano quindici anni fa avevo un contratto come guardia notturna di un hotel che prevedeva 5 ore, dalle 23 alle 4. Però ne lavoravo 8 o 9. Ero costretto a fare da governante, addetto alla lavanderia, pulitore di terrazzi, parcheggiatore. Ed ero sempre sotto la minaccia del licenziamento» confida, mentre racconta la pratica delle “dimissioni in bianco”, fatte firmare al momento dell’assunzione per tenere il lavoratore sotto un ricatto costante.«Ancora prima, negli Anni Novanta, a Milano lavoravo nei cantieri anche sotto la pioggia, 10 ore al giorno per 50 mila lire. E ancora oggi i miei vecchi colleghi che hanno costruito Expo, hanno costruito la città, gli eventi, le olimpiadi invernali… sempre sfruttati, chiamati a giornata, senza diritti, obbligati a lavorare senza dispositivi di sicurezza».Il fatto che lo sfruttamento del lavoro sia un’epidemia strutturale lo dicono le carte. Secondo Francesco Bugli, sindacalista di USB, nel turismo riminese la retribuzione media dichiarata è di circa 8.000 euro lordi l’anno, vere e proprie “briciole” che nascondono paghe non solo bassissime, ma anche stagionali e spesso integrate a nero. «Direi che circa l’80% della manodopera stagionale subisce deroghe contrattuali illegali, dalle ore non pagate ai riposi negati» spiega Bugli.«Parliamo anzitutto di sudamericani, africani, profughi ucraini e persino studenti iraniani che vengono sistematicamente nascosti agli occhi dei clienti nelle cucine o ai piani degli hotel, mentre a contatto con i clienti ci si assicura di mettere l’italiano bianco».Secondo Bugli il sistema si regge su “una mentalità padronale tossica”: l’imprenditore si sente intoccabile perché “produce ricchezza per il territorio e pretende che la baracca vada avanti senza storie”.Secondo Federico Colomo, sindacalista ADL Cobas, i territori a forte vocazione turistica come la Riviera romagnola hanno un doppio problema. «Da un lato nei mesi estivi aumenta molto la quantità di persone che lavorano, dall’altro non vengono potenziate le risorse dell’ispettorato del lavoro».Colomo ricorda che l’Italia è uno dei pochi Paesi europei in cui non esiste ancora una legge sul salario minimo legale, e che a differenza degli altri paesi europei, l’Italia ha salari fermi da 30 anni. «Tutto ciò alimenta lavoro nero, lavoro grigio e lavoro povero: ci sono esternalizzazioni, contratti “multiservizi” con paghe da fame e controlli carenti». Inoltre – aggiunge Colomo – “le sanzioni sono inefficaci: le multe previste per chi sfrutta i lavoratori sono considerate irrisorie rispetto all’enorme profitto che gli imprenditori riescono ad accumulare proprio grazie allo sfruttamento. Per questo spesso il rischio della sanzione è calcolato come un costo d’impresa accettabile».Condizioni di lavoro povero e irregolare per gli stagionali sono state tracciate dalle autorità italiane anche in altre zone turistiche, come ad esempio la laguna Veneta e la Versilia, ma anche nel Lazio, in Puglia, Calabria, Sicilia, Sardegna, e in settori come quello agricolo ad esempio in Emilia, Piemonte e ancora Lazio.Un report del 2023 firmato dallo stesso Ispettorato del Lavoro riporta che su 445 aziende turistiche ispezionate a livello nazionale, sono state rilevate irregolarità nel 76% dei casi, con picchi del 95% al Sud. Dati confermati anche nel più recente report del 2025. La piaga riguarda anche altri settori: grande distribuzione organizzata, logistica, food delivery. Settori in cui chi lavora viene pagato pochi euro l’ora e spesso risulta formalmente impiegato presso altre cooperative.Chi poi resiste al lavoro stagionale e sottopagato soffre anche di problemi collaterali. «Vivi sempre nell’instabilità, nell’incertezza. Anche quando tutto è in regola non puoi comunque accedere al credito bancario, non puoi pianificare la tua vita, e rimani sempre un lavoratore di serie B rispetto ai colleghi con contratti stabili» spiega in anonimo una donna romagnola che da 16 anni lavora come stagionale. «Chi si ammala in alta stagione o è obbligato a chiedere un giorno libero per motivi familiari o personali rischia concretamente di vedersi punito con le turnazioni peggiori, o semplicemente non viene richiamato l’anno successivo. Chi invece lavora più ore del dovuto è obbligato a prendersi dei riposi e mai a farsi pagare extra».Secondo il rapporto “Zero Schiavi in Riviera 2023” della UILTuCS, basato su un campione di lavoratori balneari e alberghieri, il quadro locale è impietoso: il 70% dei lavoratori ha un contratto part-time fittizio, il 43,4% lavora oltre le 48 ore settimanali e la metà esatta degli straordinari viene pagata rigorosamente in nero. A causa di queste condizioni, un lavoratore su quattro ha pensato di abbandonare prima della fine della stagione per la disperazione.«C’è un unico motivo per cui non ho mollato – conclude Laura – ed è la Naspi, perché ne ho davvero bisogno. Però il prezzo è stato davvero alto: pressioni, mobbing, prese in giro, insulti dai clienti che vedevano blatte, molestie, mancata assistenza da parte di chi avrebbe dovuto tutelarmi. Alla fine dei turni mi è capitato di sentire male alle mani e ai piedi, di piangere, di essere stanchissima. E vorrei solo che chiunque è giovane come me non abbia paura di alzare la testa contro chi non ci riconosce i diritti che abbiamo».