<p>Lo <strong>smantellamento delle piattaforme offshore</strong> italiane segue regole superate che vanno riscritte.
Lo sostiene lo stesso Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica citando la piattaforma <strong>Squalo</strong> di Eni nell'ultimo Bollettino Ufficiale degli Idrocarburi (Buig) e delle Georisorse, che potrebbe così fare da <strong>apripista</strong> per la modifica della cornice normativa del 2019 con cui l'Italia gestisce il fine vita degli impianti petroliferi in mare e che ora non tiene più il passo con quello che il Parlamento ha appena deciso. </p> <p> </p> <h2><strong>Il caso della piattaforma Squalo</strong></h2> <p>Squalo è una piattaforma di Eni, installata al largo di Pineto, in provincia di Teramo, a circa 23 chilometri dalla costa abruzzese, su un fondale di 70 metri.
Sei <strong>pozzi tutti ormai chiusi</strong>, struttura ancora in piedi e, secondo le verifiche di Rina Consulting commissionate da Eni, in condizioni strutturali sufficientemente buone da rendere sensato uno studio di riutilizzo, invece della <strong>demolizione</strong>. </p> <p>Il percorso amministrativo per Squalo ha richiesto pareri incrociati tra i vari uffici tecnici del Mase e il ministero della Cultura, che a fine giugno ha dato il via libera definitivo: nessun <strong>vincolo archeologico </strong>nell'area, distanza sufficiente da zone protette e Rete Natura 2000.











