Certa propaganda messa in campo dai colossi petroliferi non regge alle indagini condotte da scienziati e ricercatori. Un nuovo rapporto pubblicato dall’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (Ieefa) mette seriamente in discussione l’entusiasmo con cui le principali aziende del settore del greggio e del gas stanno promuovendo lo stoccaggio sottomarino della CO2. Compagnie del calibro di ExxonMobil, Repsol e Chevron hanno già opzionato vastissimi tratti del Golfo del Messico, attratte principalmente dalla prospettiva di una gestione burocratica semplificata rispetto ai progetti sulla terraferma. Interfacciarsi con un unico interlocutore statale o federale elimina infatti la necessità di negoziare con una frammentata rete di proprietari privati e comunità locali, offrendo una corsia preferenziale per l'ottenimento dei permessi di costruzione di condotti e pozzi d'iniezione. Tuttavia, questa apparente semplificazione logistica ed economica nasconde profonde criticità strutturali che l'industria energetica tende deliberatamente a minimizzare o ignorare nelle sue campagne promozionali, sollevando seri dubbi sulla reale sostenibilità dell'intera operazione.
La prima grande problematica evidenziata dagli analisti Ieefa risiede nell'assoluta mancanza di dati empirici a lungo termine su scala commerciale. L'industria tenta spesso di legittimare la sicurezza di queste tecnologie richiamando i successi storici dei processi di recupero migliorato del petrolio (Enhanced oil recovery, Eor) effettuati sulla terraferma, ma si tratta di un paragone fuorviante e privo di rigore scientifico. Mentre l'Eor si limita a veicolare l'anidride carbonica all'interno di giacimenti esistenti per facilitare l'estrazione del greggio residuo, il confinamento sottomarino permanente richiede processi tecnologici, pressioni e materiali ingegneristici radicalmente differenti e assai più complessi. Senza modelli reali che dimostrino la stabilità geologica dei siti per un arco temporale prolungato, è matematicamente impossibile stimare con precisione la frequenza dei guasti o la gravità dei potenziali collassi strutturali delle riserve sotterranee.








