Non distraiamoci dal vero obbiettivo, quello di ridurre le emissioni di gas serra per rallentare il riscaldamento globale. Sebbene, infatti, l'idea di usare gli oceani per contribuire ad assorbire l'anidride carbonica dall'atmosfera sia valida e promettente, le tecnologie e gli approcci oggi disponibili non sono abbastanza sicuri per essere implementati su larga scala. A evidenziarlo è stato un gruppo di esperti dell'European Marine Board in un nuovo rapporto intitolato "Monitoring, Reporting and Verification for Marine Carbon Dioxide Removal” e presentato durante la conferenza delle Nazioni Unite sul clima, Cop30.
Oceani, un valido aiuto
Che si tratti di tecniche biologiche, chimiche o fisiche, le strategie e tecnologie per la cattura e lo storage dell'anidride carbonica – sebbene incoraggianti e terreno vivo per diversi progetti di ricerca – sono ancora poco affidabili, non esenti da rischi e in divenire, come spiega Helene Muri, ricercatrice della Norwegian University of Science and Technology che ha guidato il gruppo di esperti dell'European Marine Board. “Gli oceani possono essere parte della soluzione climatica, ma dobbiamo rafforzare il modo in cui li proteggiamo prima di ampliare le misure”. Secondo gli esperti, gli sforzi nell'immediato devono concentrarsi su approcci che sappiamo essere efficaci per permettere ai Paesi di poter raggiungere l'equilibrio tra emissioni prodotte e quelle rimosse entro il 2050. Per esempio, per controbilanciare le emissioni "residue", ossia quelle che non possono essere eliminate, oggi esistono diversi metodi applicabili e più consolidati, come ad esempio l'imboschimento, la riforestazione o l'impianto di cattura diretta dell'aria di Climeworks, in Islanda, citano gli esperti. Si tratta di un sistema, lanciato con l'impianto Orca e poi rilanciato con l'impianto Mammoth, che cattura l'anidride carbonica, la miscela con acqua e la inietta a centinaia di metri nel sottosuolo roccioso, dove si trasforma in pietra.






