Sulla spiaggia sarda di fronte a Tavolara, l’incontro tra due istituti giuridici insoliti – la costruzione «reversibile» e la Zona economica speciale – rischia di generare non solo uno scempio ambientale, ma anche un inquietante mostro politico. Nella tutela delle coste italiane vale una regola consolidata: quasi tutto è vietato, salvo ciò che è temporaneo e funzionale allo sviluppo economico. Se un villaggio turistico propone di installare abitazioni su palafitte in una spiaggia incontaminata, il giudice può ritenere l’intervento compatibile con la tutela ambientale, poiché le strutture sono smontabili: ciò che può essere rimosso non lascia tracce permanenti.

È una concezione singolare del rapporto tra costruzione e ambiente. Il diritto ragiona come la meccanica: conta la reversibilità tecnica. L’ambiente, invece, obbedisce alla termodinamica: energia, materia e paesaggio non ritornano allo stato iniziale solo perché un edificio viene smontato. Il suolo, la falda, le fogne, i flussi e il paesaggio saranno modificati per sempre. Anche la Torre Eiffel è smontabile e la Basilica di San Marco poggia su palafitte, ma non si può dire che siano sostenibili dal punto di vista ambientale.

L’astuzia dei promotori immobiliari è stata incartare la norma urbanistica compiacente nel potente dispositivo della Zona economica speciale. Il governo Meloni ha colto un’opportunità ed esteso il regime delle Zes a gran parte del Mezzogiorno con l’obiettivo dichiarato di attrarre investimenti accelerando le autorizzazioni e la concessione di deroghe. Ma lo stato di eccezione dovrebbe essere giustificato da circostanze davvero straordinarie e produrre benefici pubblici verificabili, non trasformarsi in un bancomat per pigri investitori.