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Marina Calloni*

Le parole della pm di Benevento condannate dalla Corte Europea per i diritti dell'Uomo non rappresentano tutta la magistratura ma ripropongono l'urgenza di una formazione continua intra e interprofessionale su genere, linguaggio e violenza a fini preventivi

Di nuovo l’Italia viene condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Di nuovo per violenza domestica. Di nuovo per le parole di chi avrebbe dovuto tutelare, e invece ha giudicato con gli occhi del pregiudizio.La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia a risarcire con 60.000 euro Audrey Ubeda, cittadina francese, e i suoi due figli minorenni. Nel 2021 la donna aveva denunciato presso la Procura di Benevento il compagno per maltrattamenti e violenza sessuale. La magistrata aveva invece chiesto l’archiviazione della pratica, scrivendo che «è comune negli uomini dover vincere quel minimo di resistenza che ogni donna … tende a esercitare quando un marito … tenta l’approccio sessuale». Liquidò inoltre come «scherzo di cattivo gusto» l’episodio in cui l’uomo aveva puntato contro la compagna un coltello alla gola, mentre in tv scorrevano le immagini di un femminicidio.

Purtroppo, scrivono i giudici della Corte di Strasburgo, non si è trattato di un episodio isolato. Le motivazioni date dalla magistrata «riflettono una cultura sessista e stereotipata che dev’essere evitata nelle aule di giustizia», tanto da aver esposto la donna a una vittimizzazione secondaria. Di fatto, la Corte ha rilevato che l’approccio della magistrata rispecchia purtroppo quanto già segnalato dal GREVIO (il Gruppo di esperte che monitora l’attuazione della Convenzione di Istanbul), ovvero il rischio che i magistrati continuino – attraverso le loro sentenze - a dar credito all’idea che una relazione intima sia per natura fondata su sottomissione, controllo e possesso.