I dubbi sull’indagine per la morte della bracciante tarantina Paola Clemente, morta ad Andria il 13 luglio del 2015, sono stati messi per iscritto nelle motivazioni della sentenza con cui la Corte d’Appello di Bari ha confermato l’assoluzione dell’imprenditore agricolo Luigi Terrone, accusato di omicidio colposo. Un’autopsia tardiva che in sostanza avrebbe compromesso l’esatta individuazione della causa della morte, e quindi anche eventuali responsabilità del datore di lavoro. Oltre a scelte processuali che hanno condotto al subingresso della prescrizione. La bracciante era partita da San Giorgio Jonico (Taranto) accusando fastidi e chiedendo aiuto alle colleghe, ma una volta sui campi – nonostante avesse evidenziato il malessere – non era stata condotta in ospedale ma fatta sedere sotto un albero all’ombra, dove è morta poco dopo.
Nelle quindici pagine di motivazione della sentenza il collegio barese ha ricostruito le motivazioni dell’assoluzione dell’imprenditore. Sottolineando come la procura di Trani abbia ordinato un’autopsia tardiva sul corpo della donna - eseguita solo 40 giorni dopo. Così rendendo impossibile stabilire le cause dell’infarto. "Non essendo intervenuto un accertamento autoptico in tempi congrui, ovvero in 24/48 ore (ma ben 40 giorni dopo la morte, con riesumazione della salma della povera signora Clemente) per accertare l’esatta causa della morte, è impossibile stabilire se la sindrome coronarica acuta intervenuta a danno della Clemente fosse di tale entità da rendere inutili i soccorsi pur laddove tempestivamente attivati, o viceversa se il ritardo ha avuto una efficacia causante nello svolgimento degli eventi e in caso di soccorso tempestivo l’evento sarebbe stato scongiurato", scrive il collegio. Che evidenzia come il ritardo abbia impedito l’esatta localizzazione dell’infarto, in modo da comprendere se la tempistica dei soccorsi abbia influito o meno sulla morte.







