L’autopsia effettuata solo 40 giorni dopo il decesso. La contestazione del rispetto delle norme di sicurezza sui luoghi di lavoro inglobate nell’accusa di omicidio colposo e quindi abbattute dalla scure della prescrizione. C’è anche un’indagine nata male e proseguita peggio dietro la mancanza di chiarezza, e quindi di giustizia, sulla morte di Paola Clemente, la bracciante tarantina morta ad Andria il 13 luglio 2015 a causa di un infarto e diventata uno dei simboli della lotta al caporalato. Lo si legge, in sintesi, nelle motivazioni della sentenza con la quale la Corte d’Appello di Bari ha confermato l’assoluzione di Luigi Terrone, l’imprenditore agricolo a processo per omicidio colposo.

Il collegio presieduto dal giudice Roberto Oliveri del Castillo ha ricostruito nelle quindici pagine di motivazioni, depositate alcuni mesi fa e svelate dall’edizione odierna de La Gazzetta del Mezzogiorno, il perché dell’assoluzione del datore di lavoro di Clemente. La Corte ha sottolineato come la procura di Trani abbia tardato nell’ordinare l’esame autoptico e ha censurato alcune scelte procedurali che hanno portato alla prescrizione di alcune violazioni contestate all’imputato. Innanzitutto, si legge nelle motivazioni, “non essendo intervenuto un accertamento autoptico in tempi congrui, ovvero in 24/48 ore (ma ben 40 giorni dopo la morte, con riesumazione della salma della povera signora Clemente) per accertare l’esatta causa della morte, è impossibile stabilire se la sindrome coronarica acuta intervenuta a danno della Clemente fosse di tale entità da rendere inutili i soccorsi pur laddove tempestivamente attivati, o viceversa se il ritardo ha avuto una efficacia causante nello svolgimento degli eventi e in caso di soccorso tempestivo l’evento sarebbe stato scongiurato”.