Prima ancora che come giornalista, scrivo questo articolo come etologa. L'aspetto etico della riforma della caccia sarebbe già sufficiente, a mio avviso, per opporsi a questa proposta, così come lo sarebbe il danno che arreca alla biodiversità, alla fauna selvatica e all'equilibrio degli ecosistemi, temi di cui mi sono occupata ampiamente altrove e che qui non riprendo.

Ma in questo articolo voglio mettere da parte il giudizio morale e il discorso sulla biodiversità, e concentrarmi su una domanda sola, quella che riguarda più da vicino chi lavora la terra: il Ddl 1552, la riforma della caccia firmata dal senatore Lucio Malan, approvata al Senato il 23 giugno 2026 con 80 voti favorevoli, 56 contrari e 2 astenuti, aiuterà davvero agricoltori e allevatori, come promette il suo principale sostenitore, Coldiretti? L'obiettivo di questo articolo è fornire agli agricoltori, e a chi li rappresenta, gli strumenti scientifici per capire che questo provvedimento non aiuta neanche loro. Per rispondere basta leggere la letteratura scientifica.

Che cosa cambia davvero con questa riforma

La proposta di riforma riscrive la legge 157 del 1992 in venti articoli. I cacciatori vengono chiamati "bioregolatori", e la caccia viene definita per legge come attività utile alla biodiversità. Il parere dell'Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), l'istituto scientifico pubblico che oggi decide in modo vincolante su molte questioni faunistiche, diventa solo consultivo: le Regioni potranno discostarsene con una semplice motivazione. Aumentano le specie cacciabili, e diventano cacciabili anche nei boschi demaniali, prima esclusi. Diventa inoltre possibile usare visori notturni e termici per la caccia di selezione agli ungulati. Il lupo perde la protezione rafforzata e potrà essere abbattuto con piani di contenimento regionali. Lo stambecco era stato inserito tra le specie cacciabili, poi tolto dopo le proteste della comunità scientifica: un cambiamento che mostra come, anche su punti sostanziali, il testo sia stato corretto in corsa. C'è poi un punto di cui si parla poco ma che pesa molto: i richiami vivi, cioè gli uccelli usati per attirarne altri durante la caccia da appostamento. Oggi sono ammesse sette specie, la proposta di riforma ne porta il numero a 47. Non è un dettaglio tecnico. È un impatto diretto sul benessere animale e sulle popolazioni selvatiche. Sul complesso del provvedimento, la Commissione europea, attraverso una nota tecnica della Direzione Biodiversità della DG Ambiente datata 18 dicembre 2025, ha già sollevato rilievi su alcuni articoli specifici, tra cui proprio l'articolo 8 sui visori, ritenuto in contrasto con la Direttiva Habitat per quanto riguarda il camoscio, specie elencata nell'Allegato V. Vale la pena notare, a questo punto, una sproporzione che attraversa l'intero provvedimento. I danni all'agricoltura documentati da Coldiretti derivano quasi per intero da una manciata di specie opportuniste, principalmente il cinghiale, insieme a poche specie di uccelli granivori. La proposta di riforma, però, non si limita a intervenire su queste specie: amplia gli strumenti di caccia di selezione, apre demanio forestale, moltiplica i richiami vivi, tocca il lupo, che non preda i raccolti, e includeva persino lo stambecco, che non arreca alcun danno all'agricoltura. Un provvedimento scritto davvero per proteggere i campi si concentrerebbe su chi li danneggia. Questo, invece, allarga la caccia su fronti che con l'agricoltura non hanno alcun rapporto diretto, e lo fa proprio mentre riduce il peso della scienza nelle decisioni che riguardano le specie che i danni li causano davvero.