Di fronte al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, a New York, un uomo di 52 anni, Lobga Rangzen, si è avvolto nella bandiera del Tibet e si è dato fuoco. In pochi secondi, le fiamme lo hanno divorato, ed è morto dopo un’atroce agonia. Rangzen era un attivista tibetano in esilio che, da anni, si batteva contro l’occupazione militare del Tibet da parte della Cina, le violente repressioni, la negazione dei diritti e delle libertà fondamentali. Il suo gesto clamoroso è giunto un solo giorno dopo l’entrata in vigore, il primo luglio, della nuova Legge per la promozione dell’unità e del progresso etnico della Repubblica popolare cinese: l’ultimo capitolo di sessant’anni di brutale e violenta assimilazione delle minoranze etniche in Tibet, Mongolia Interna e Xinjiang.
Purtroppo, non è la prima autoimmolazione da parte di esponenti della minoranza tibetana: negli ultimi vent’anni, oltre 180 monaci, attivisti e semplici cittadini si sono dati fuoco, non ritenendo più sopportabile vivere in un Paese dove non è possibile parlare la propria lingua, professare la propria religione e nel quale il solo possesso di una foto del Dalai Lama può condurre a una prolungata detenzione.
Il gesto estremo di Rangzen aveva un duplice obiettivo: rendere evidenti alla comunità internazionale i limiti dell’azione multilaterale delle Nazioni Unite, la cui architettura istituzionale le rende incapaci di agire contro le eclatanti e massicce violazioni dei diritti umani nella Repubblica popolare cinese, Paese membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle stesse Nazioni Unite e con diritto di veto, e, contemporaneamente, denunciare al mondo la nuova legge razziale del presidente cinese Xi Jinping.











