Nel tardo pomeriggio di giovedì 2 giugno, a New York, un uomo con in mano una bandiera del Tibet si è avvicinato al palazzo di vetro sede delle Nazioni Unite e si è dato fuoco. Lobga Rangzen è morto poco dopo sull’ambulanza che lo stava portando all’ospedale. Era un tibetano in esilio e faceva l’autista di Uber. Attivo sostenitore della causa per l’indipendenza del Tibet dalla Cina, prima del gesto estremo l’uomo aveva postato su Facebook un video in cui incitava i compagni della diaspora a battersi contro le misure repressive di Pechino nei confronti della minoranza tibetana e a lottare per la libertà e l’indipendenza.
Poche ore prima, in Cina, era entrata in vigore una nuova legge sull’unità etnica, approvata lo scorso marzo per creare “un’identità nazionale condivisa” tra i 56 gruppi etnici riconosciuti ufficialmente nel paese, quello han, il maggioritario, e le varie minoranze. La maggior parte di queste è stata in qualche modo assimilata riducendo a mero folclore gli usi e i costumi tradizionali.
Ma per i due gruppi più numerosi – i circa 11 milioni di uiguri e i sette milioni di tibetani – la realtà è molto diversa. La legge, duramente criticata da attivisti e governi stranieri perché accusata di mascherare nuovi strumenti di limitazione e repressione delle libertà dei cittadini, impone l’insegnamento del mandarino a tutti i bambini prima della scuola dell’infanzia fino alla fine delle superiori. Il mandarino è già la lingua principale di insegnamento nelle regioni abitate dalle minoranze etniche, ma la nuova legge stabilisce sostanzialmente che le lingue delle minoranze non possono essere la lingua principale di insegnamento a livello nazionale.










