Le «leggi razziali» di Mussolini contro gli ebrei sono considerate giustamente una delle (tante) pagine orribili nella storia del fascismo. Perché non fanno notizia le leggi razziali della Cina che discriminano le sue minoranze etniche?

Da ieri, primo luglio, nella Repubblica Popolare è entrata in vigore una nuova normativa che segna un passaggio importante nella politica etnica di Xi Jinping. Per certi aspetti non è inedita: la sinizzazione delle minoranze era già in corso da decenni, soprattutto in Tibet, Xinjiang e Mongolia Interna, le tre colonie incorporate nell’impero e considerate come provincie amministrative.

La novità è che questa linea politica riceve ora una cornice legislativa organica, destinata a rafforzarne la legittimità e ad ampliarne il raggio d'azione. Secondo il governo di Pechino si tratta di consolidare l'unità nazionale e favorire l'integrazione delle cinquantasei etnie riconosciute dalla Repubblica Popolare. Per diverse organizzazioni internazionali, studiosi e difensori dei diritti umani, invece, la legge rappresenta un ulteriore passo verso l'assimilazione forzata delle minoranze e potrebbe perfino offrire una base giuridica per colpire dissidenti e attivisti residenti all'estero.La nuova normativa, chiamata «Legge per la promozione dell'unità e del progresso etnico», arriva al termine di un percorso iniziato con l'ascesa al potere di Xi Jinping nel 2012. Da allora il presidente cinese ha progressivamente sostituito la tradizionale enfasi sulla pluralità delle minoranze con un concetto diverso: quello di una comunità nazionale unificata, fondata sull'identità cinese e sulla lealtà al Partito comunista.L'obiettivo dichiarato è rafforzare la coesione dello Stato in un'epoca di competizione geopolitica e di crescenti tensioni internazionali. Xi ripete spesso che tutte le etnie devono «stringersi insieme come i chicchi di un melograno». Dietro questa immagine botanica rassicurante si cela una trasformazione: le identità locali vengono incoraggiate solo nella misura in cui restano subordinate all'identità nazionale definita dal Partito.La legge estende questo principio a ogni ambito della vita sociale. Nelle scuole il mandarino diventa la lingua predominante dell'insegnamento. I programmi scolastici devono contribuire a rafforzare «il senso della comunità del popolo cinese». Ai genitori viene attribuito il compito di educare i figli all'amore per il Partito comunista e per la patria. Musei, biblioteche e istituzioni culturali dovranno privilegiare iniziative dedicate alla storia nazionale e alla prosperità della Cina. Anche le politiche abitative vengono chiamate a favorire l'integrazione etnica, una formulazione che secondo diversi osservatori potrebbe tradursi in interventi destinati a modificare la composizione delle comunità locali.La disposizione più controversa è contenuta nell'articolo 63. Stabilisce che organizzazioni e individui situati fuori dal territorio cinese potranno essere perseguiti se ritenuti responsabili di azioni che «minano l'unità etnica» o «creano divisioni». La formulazione è ampia, non definisce con precisione quali comportamenti ricadano sotto questa categoria. Per i critici questa vaghezza offre alle autorità un margine di discrezionalità enorme.James Leibold, studioso australiano delle politiche etniche cinesi, osserva che Pechino non considera più l'unità nazionale come un semplice slogan propagandistico. La produzione di un'unica identità cinese diventa un obbligo che coinvolge scuola, famiglia, media, istituzioni culturali, amministrazioni locali e le piattaforme digitali. Le identità tibetana, uigura o mongola sono tollerate soltanto se accettano una posizione subordinata rispetto all'identità nazionale definita dal Partito.Per capire la portata concreta di questa legge basta seguire la vicenda di una giovane studentessa cinese raccontata dalla Bbc. Zhang Yadi, conosciuta con il nome tibetano di Tara, avrebbe dovuto proseguire gli studi in una prestigiosa università britannica. Invece si ritiene che sia detenuta in Cina. Mentre studiava in Francia aveva collaborato con una piattaforma in lingua cinese dedicata ai diritti dei tibetani e aveva pubblicato sui social un semplice messaggio di auguri al Dalai Lama per il suo novantesimo compleanno. Durante un viaggio in patria, nella provincia dello Yunnan, sarebbe stata arrestata con l'accusa di aver «incitato alla divisione del Paese e compromesso l'unità nazionale». Il caso ha preceduto formalmente l'entrata in vigore della nuova legge, ma molti osservatori ritengono che essa renderà situazioni analoghe ancora più frequenti.Per Pechino il Dalai Lama resta un separatista. Per molti tibetani rappresenta invece il loro leader religioso. In questa differenza di interpretazione si misura tutta la distanza fra la narrativa ufficiale cinese e quella dei movimenti per i diritti delle minoranze.La nuova legge arriva inoltre in un momento delicato per l'immagine internazionale della Cina. Negli ultimi anni Pechino ha cercato di presentarsi come una potenza sempre più aperta al mondo. Ha facilitato il rilascio dei visti turistici per decine di paesi tra cui l’Italia, ha accolto numerosi leader stranieri e promuove sui social immagini spettacolari delle proprie regioni periferiche, compresi Tibet e Xinjiang, puntando sulla bellezza dei paesaggi e sulla ricchezza culturale. Proprio questa campagna di apertura rischia ora di entrare in contraddizione con una normativa percepita all'estero come un ulteriore irrigidimento autoritario.Alcuni eurodeputati hanno già chiesto ai governi europei di valutare la sospensione dei trattati di estradizione con la Cina qualora la nuova legge venisse utilizzata contro cittadini europei. Una questione centrale riguarda infatti la possibile applicazione extraterritoriale della normativa. Pechino sostiene che ogni Stato sovrano ha il diritto di difendere la propria integrità territoriale e la propria sicurezza nazionale anche contro attività organizzate dall'estero. Secondo il vice ministro della Giustizia Hu Weilie non si tratta di una «giurisdizione dal braccio lungo», bensì dell'applicazione di principi universalmente riconosciuti nel diritto internazionale. Molti esperti non condividono questa interpretazione. Anche se la legge difficilmente potrà essere fatta valere nei tribunali stranieri, essa esercita comunque un forte effetto intimidatorio. Molti attivisti tibetani, uiguri o mongoli vivono oggi in Europa o in Nord America ma hanno ancora familiari rimasti in Cina. La possibilità che ogni loro dichiarazione venga qualificata come un attentato all'unità nazionale aumenta il rischio di pressioni indirette sui parenti rimasti nel Paese. È ciò che gli studiosi definiscono ormai «repressione transnazionale». Secondo diverse organizzazioni internazionali, la Cina utilizza da anni strumenti di sorveglianza e intimidazione oltre i propri confini: monitoraggio delle comunità della diaspora, minacce ai familiari, campagne di pressione diplomatica per ottenere estradizioni o rimpatri. Un rapporto pubblicato nel 2022 dall'organizzazione Safeguard Defenders rilanciò un tema noto: l'esistenza di oltre cento presunte «stazioni di polizia» cinesi all'estero. Pechino ha sempre respinto queste accuse. Per Amnesty International la nuova legge rischia ora di offrire una base giuridica ancora più solida a pratiche già esistenti. Sarah Brooks, vice direttrice regionale dell'organizzazione, sostiene che la legge non tutela affatto la diversità culturale, al contrario impone una conformità politica e ideologica. L'«unità» evocata dal testo legislativo, osserva Amnesty, non coincide con la convivenza armoniosa fra culture diverse. Significa invece adesione alla linea del Partito comunista. Di conseguenza anche attività pacifiche come promuovere una lingua minoritaria, documentare violazioni dei diritti umani, difendere studiosi incarcerati o chiedere la liberazione di prigionieri politici potrebbero essere interpretate come azioni contro l'unità nazionale.Le preoccupazioni non riguardano soltanto il futuro. Molte delle politiche oggi formalizzate dalla legge sono già state sperimentate negli ultimi anni. Nel Xinjiang le Nazioni Unite hanno denunciato la detenzione di oltre un milione di uiguri nei cosiddetti centri di rieducazione, accuse sempre respinte dalle autorità cinesi che parlano invece di programmi contro il terrorismo e l'estremismo religioso. In Tibet il controllo sui monasteri è stato rafforzato. I monaci devono seguire corsi di educazione patriottica e il culto del Dalai Lama è represso. In Mongolia Interna, nel 2020, migliaia di genitori protestarono contro la progressiva sostituzione dell'insegnamento in lingua mongola con il mandarino. Le manifestazioni furono soffocate. Secondo una recente ricerca di PEN America e del Southern Mongolian Human Rights Information Center, anche gli spazi digitali dedicati alla cultura mongola sono stati ridotti: gruppi sui social chiusi, contenuti rimossi, account cancellati. La nuova legge potrebbe accelerare questa tendenza.Un altro aspetto significativo riguarda il ruolo attribuito alla famiglia. I genitori vengono investiti della responsabilità di trasmettere ai figli valori conformi all'unità nazionale. Alcuni analisti ritengono che questa formulazione possa aprire la strada a procedimenti contro famiglie accusate di educare i bambini a idee considerate incompatibili con l'armonia etnica. L'istruzione rappresenta il terreno sul quale il cambiamento sarà più visibile. L'insegnamento del mandarino già prima dell'ingresso nella scuola elementare diventa obbligatorio, mentre l'uso delle lingue locali viene ulteriormente ridimensionato. Per il governo ciò significa offrire pari opportunità economiche ai giovani delle minoranze attraverso la padronanza della lingua nazionale. Per i critici significa invece accelerare la scomparsa delle lingue tradizionali. Le Nazioni Unite avevano già espresso in aprile forti riserve sul testo, sottolineando i possibili effetti negativi sull'autonomia linguistica, culturale e religiosa di tibetani, uiguri e mongoli. Il dibattito tocca una questione molto più ampia della sola politica etnica. Xi Jinping considera la sicurezza nazionale come il principio organizzatore dell'intero sistema politico. Dopo le rivolte tibetane del 2008, gli attentati attribuiti a gruppi separatisti nello Xinjiang e il deterioramento dei rapporti con l'Occidente, il Partito vede nella costruzione di un'identità nazionale uniforme uno strumento di stabilità interna.L’Occidente sembra distratto o indulgente, quando il razzismo viene codificato a Pechino. La celebrazione dei 250 anni di storia degli Stati Uniti viene sempre accompagnata da critiche spietate: a cominciare dal fatto che un bel pezzo di questi 250 anni furono segnati dalla macchia dello schiavismo, che gli Stati del Sud abolirono solo in seguito alla guerra civile, a metà dell’Ottocento. Chi getta uno sguardo critico sulla storia della Repubblica americana sottolinea che elementi di razzismo non sono mai del tutto scomparsi; ogni provvedimento di restrizione dei flussi migratori viene bollato come una forma di xenofobia. Ma si passa sotto silenzio il fatto che la Repubblica Popolare tollera pochissima immigrazione straniera, e infligge un trattamento duro ai suoi «immigrati interni», finché si ostinano a coltivare le proprie culture.