Il principio del zhèngmíng
Donatello D'Andrea
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Dal 1° luglio 2026 è in vigore la Legge cinese sulla Promozione dell’Unità e del Progresso Etnico. L’articolo 63 stabilisce che chiunque, ovunque nel mondo, può essere ritenuto legalmente responsabile per atti che “minano l’unità etnica” della Repubblica Popolare. Nessun requisito di cittadinanza, nessun requisito di presenza nel territorio cinese. L’Occidente ha risposto con indignazione. È la risposta sbagliata, non perché sia infondata, ma perché non serve a capire cosa sta accadendo.
Questa legge non è costruita per essere applicata. È costruita per produrre effetti prima di essere applicata. La vaghezza deliberata della definizione di “separatismo etnico” non è un difetto tecnico: è il meccanismo principale. Nel pensiero politico cinese classico, il principio del zhèngmíng, la rettificazione dei nomi, insegna che chi controlla le categorie del discorso controlla la realtà prima ancora che accada. Questa legge non punisce: ridefinisce il campo del dicibile a livello globale. Chi non sa dove si trova il confine tende a starne lontano per precauzione. Aziende stanno già rivalutando le politiche di due diligence sul lavoro forzato, accademici evitano certi temi, giornalisti modificano il perimetro delle proprie inchieste. Tutto prima che la legge venga applicata per la prima volta.










