Per Taipei la nuova Ethnic Unity and Progress Promotion Law non rappresenta soltanto uno strumento di controllo interno. Il governo taiwanese sostiene che la normativa possa diventare la base giuridica per estendere la repressione cinese oltre i propri confini e invita le democrazie a coordinare una risposta comune
La nuova Ethnic Unity and Progress Promotion Law, con cui la leadership di Xi Jinping rafforza il controllo politico sulle minoranze etniche e sull’identità nazionale cinese, continua a produrre effetti anche sul piano internazionale. Se la normativa è stata presentata da Pechino come uno strumento di governance interna, Taiwan ne offre una lettura radicalmente diversa, sostenendo che il provvedimento costituisca un ulteriore tassello dell’espansione giuridica e politica della Repubblica Popolare.
In una nota diffusa in contemporanea all’avvio della nuova normativa, ieri, il ministero degli Esteri di Taipei (Mofa) ha espresso una “ferma condanna e una solenne opposizione” all’entrata in vigore della legge, accusando la Cina di utilizzare la legislazione domestica per esercitare una “giurisdizione a lungo raggio e repressione transnazionale”, ampliando così “le minacce e l’intimidazione nei confronti del popolo di Taiwan e di altri Paesi”, con il risultato di violare la sovranità degli Stati e i diritti umani internazionali.













