Restringere la musica di Pat Metheny in una definizione è operazione impervia, anche se qualcuno ha provato ad appioppargli la fusion, formula generica e buona per molte stagioni che lui stesso si affretta ad allontanare da sé: «Non so da dove sia uscito questo termine e non conosco musicisti che l’abbiano usato. Sembra provenga dai critici o dal pubblico, ma non è mai stata una parola che abbia avuto significato per me e la mia musica». Il jazzista americano, principe del virtuosismo chitarristico, è in tournée in Italia: oggi suona a Pompei, domani a Giulianova Lido, l’8 luglio a La Spezia al Festival internazionale del jazz e il 9 a Milano. In questa intervista, racconta la sua sperimentazione con l’intelligenza artificiale mentre, sul piano dell’impegno civile degli artisti, condivide le posizioni di Bruce Springsteen. Nel suo ultimo album Side-Eye III+, è rintracciabile un forte influsso della musica latino-americana, è d’accordo?«È molto difficile per me quantificare qualsiasi genere o qualificazione. Penso che se si guarda alla musica del cosiddetto Nuovo mondo – Nord e Sud America – ci siano così tante sovrapposizioni in termini di armonia, ritmo, spirito, anima e storia, che sia difficile dire: ok, questo è americano, questo portoricano, questo brasiliano o argentino». Quindi come funziona nel suo disco?«Ci sono varie combinazioni di elementi che hanno forti connessioni con l’Africa, ma anche con l’armonia occidentale. I vari livelli, proporzioni e gradi di ognuno di questi elementi sono significativi, ma è sempre stato naturale, per i musicisti che fanno improvvisazione, avere a che fare con tutte queste aree: perché è così che intendiamo il groove su larga scala, in particolare per le sue origini africane. In questo senso, sì, il mio ultimo disco ha un bel mucchio di tutte queste cose, ma direi che ogni mio disco ce l’ha».