L’anno è il 2001. Uno spartiacque amministrativo per l’assetto idrogeologico, almeno sulla carta. Di fatto è quello l’anno nel quale il Pai - piano regionale di assetto idrogeologico - individuava le aree del territorio faentino "a elevata pericolosità". Eppure fino al maggio 2023, mese delle due prime alluvioni che flagellarono la Romagna, non si era "provveduto alla previsione di opere di mitigazione del rischio idraulico". Unica eccezione, le casse di espansione, "peraltro mai ultimate". Per il resto, dei progetti esecutivi non c’era traccia in agenzia regionale, protezione civile o assessorato: "Né presentati, né predisposti e neppure in alcun modo sollecitato o richiesti".

È quanto fissato nella consulenza tecnica disposta dalla procura e alla base della conclusione dell’inchiesta per le tre alluvioni (due nel maggio 2023 e una nel settembre 2024) che devastarono il nostro territorio. L’avviso di conclusione indagine per disastro colposo e pericolo di disastro a firma dei pm titolari del fascicolo Daniele Barberini e Francesco Coco, è stato notificato dai carabinieri a 14 tra dirigenti e funzionari comunali, regionali e della protezione civile, tecnici progettisti e amministratori di ditte coinvolte nelle opere. I territori citati nel documento sono Faenza, Castel Bolognese, Solarolo, Cotignola, Lugo e Bagnacavallo. Secondo l’accusa, nemmeno dopo la prima alluvione del 2-3 maggio 2023 si era "provveduto ad adottare misure, anche in via di somma urgenza", sebbene alla luce "della dinamica distruttiva occorsa". La necessità di mettere in sicurezza Faenza e i comuni a valle, in quel momento avrebbe dovuto essere "conclamata quanto indifferibile necessità". E invece le opere "già progettate e in parte cantierate", non erano state completate.