I vini dealcolati sono sugli scaffali dei supermercati e nei calici, soprattutto sotto forma di spumanti, e il mercato promette di crescere rapidamente. Secondo un’indagine dell’Osservatorio Unione italiana vini per Vinitaly, tra le aziende tricolori che producono, o stanno per produrre, linee senza alcol, nel 2026 è previsto un aumento della produzione del 90%.

All’estero questi prodotti vengono scelti non solo da persone astemie, ma anche da chi beve vino abitualmente e, in alcune occasioni, preferisce evitare l’alcol. In Italia il fenomeno resta più limitato: molti produttori spiegano che il target non è il consumatore tradizionale di vino, ma chi, fuori casa, ordinerebbe acqua o bibite analcoliche. E anche la ristorazione resta prudente: il 71% dei locali interpellati dichiara di non voler inserire i dealcolati in carta, mentre solo il 3% dice di averli già proposti con successo.

"La norma italiana prevede la produzione di vini dealcolati, con una gradazione inferiore allo 0,5%, e parzialmente dealcolati, con un grado alcolico inferiore a quello minimo previsto per la categoria, generalmente 8,5 oppure 9%. Dop e Igp possono essere soltanto parzialmente dealcolati e solo se il disciplinare lo consentirà", spiega Emanuele Boselli, direttore del corso di laurea in Scienze alimentari ed enogastronomiche, Libera Università di Bolzano.