Tempo d’estate e tempo di affidarsi ai vini leggeri, non troppo robusti, adatti, come dice il DoctorWine, al secolo Daniele Cernilli, nella sua guida Vini d’Estate, ad aperitivi improvvisati, barbecue in giardino e serate sui terrazzi. D’estate quindi, si cerca la bevibilità, la fragranza aromatica e l’immediatezza della beva, così come vini meno alcolici.

E proprio d’estate c’è chi punta a coprire una fetta di mercato con l’offerta dei vini dealcolizzati. Una realtà questa assai recente, che nel nord Europa, soprattutto, sta offrendo un mercato importante a chi ci si dedica. Nel resto d’Europa il mercato no alcol ancora non c’è, ma secondo molti analisti del settore può rappresentare una nicchia importante.

La normativa italiana ha recepito, lo scorso anno, le direttive europee regolamentando la produzione e la commercializzazione dei vini dealcolizzati e parzialmente dealcolizzati. Il provvedimento nasce a seguito del regolamento (UE) 2021/2117 che ha introdotto la possibilità di effettuare la pratica enologica della dealcolizzazione per ridurre, parzialmente o totalmente, il tenore alcolico nei vini. Il processo di dealcolizzazione, in Italia, è severamente vietato per i vini a Denominazione di Origine (DOC, DOCG) e a Indicazione Geografica Protetta (IGP), “per tutelarne l'autenticità e la tradizione”. La rimozione dell'alcol dal vino di base (e dai suoi derivati come spumanti e frizzanti) deve avvenire tramite processi fisici autorizzati, come la distillazione sottovuoto o le tecniche a membrana. Gli impianti di dealcolizzazione devono essere fisicamente separati da quelli utilizzati per la produzione di vino tradizionale. Sull’etichetta deve essere indicato se dealcolizzato o parzialmente dealcolizzato.