di
Amelia Esposito
Nel luglio 2025, durante un convegno nel carcere di Padova, prese la parola Marino Occhipinti. L’ex assassino della Uno bianca si era visto revocare la libertà condizionale nel 2022, quattro anni dopo la scarcerazione, per aver usato violenza nei confronti della compagna. Tornò dentro. E, finalmente, fece ciò che andava fatto: un percorso psicologico per risalire alle origini della sua rabbia, della sua cattiveria. «Ho aggredito, umiliato, mortificato la donna che mi amava», disse.
Poi, senza voler giustificare i propri crimini, raccontò della sua infanzia negata — «a cinque anni lavoravo nei campi con il mio papà» — e di questo padre «feroce», che lo maltrattava e lo umiliava proprio come avrebbe fatto lui, decenni dopo, con la ex. Poi disse di quelle «liti fra i miei quando eravamo piccoli, talmente violente che la mamma si accasciava svenuta. E io che la sollevavo, la adagiavo sul divano e le stavo vicino finché non stava meglio». «Me ne ha parlato di recente mio fratello, ancora oggi di quelle liti non ricordo nulla — spiegò —. Ho rimosso per sopravvivere». Ma tutta quella violenza gli era entrata dentro. E sarebbe esplosa anni dopo. Quel giorno di un’estate fa, ad ascoltarlo c’era anche Gino Cecchettin. I due si erano abbracciati prima che il detenuto parlasse: «Non avete idea di cosa sia per me l’abbraccio di Gino».









