La storia di Gabriele Finotello, 34 anni, è una storia che somiglia a tante ed è diversa da tutte, come ogni storia familiare. Condannato a nove anni e quattro mesi per aver ucciso suo padre a colpi di martello durante una lite — padre spesso ubriaco e violento che per anni aveva picchiato sua madre, lui e suo fratello — ha appena avuto la grazia dal presidente della Repubblica. Ha scontato quattro anni di carcere, è libero.

Per chi ama il cinema è impossibile non associare la vicenda all’ultimo film di Paolo Sorrentino — La grazia, appunto: il dilemma morale di un Presidente diviso fra le leggi e la sua coscienza — e al film italiano candidato agli Oscar, Familia di Francesco Costabile, che di questo tratta: un padre violento, due figli maschi, una madre. La realtà e il cinema si inseguono e reciprocamente si rivelano.

Migliaia e migliaia sono le storie di violenza domestica in cui i figli sono allo stesso tempo vittime, testimoni, protagonisti. È anche da lì, dall’esperienza concreta di vita e dal modello che hai di fronte, che passa l’educazione affettiva. Non si può mai decidere quello che la vita ci assegna in sorte ma si può sempre decidere come reagire.

Certo, Finotello ha ucciso il padre. Non si fa giustizia della violenza con altra violenza, mai, né fra persone né fra Stati. Dunque cosa determina, in un caso e non nell’altro, la grazia? Le circostanze specifiche. Quello che distingue una storia dalle altre.