Ambrogio

Mario Alberto Marchi

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Antonio Di Pietro ha scoperto di essere in corsa per Palazzo Marino da una battuta di Daniela Santanchè, pronunciata durante una cena. Non lo aveva chiesto, non ne aveva parlato con nessuno, e la senatrice lo ha ammesso: suggestione personale, non condivisa né con l’interessato né con i vertici del partito. Il giorno dopo il suo nome era su tutti i siti. Funziona così, ormai, la designazione a Milano: prima l’annuncio, poi — semmai — la riflessione che avrebbe dovuto precederlo.

Contare i nomi è una tentazione irresistibile, ma vale la pena guardarli più da vicino, perché non sono tutti la stessa cosa, e ridurli ad un sistema di protagonismo dell’epoca sarebbe comodo quanto falso. Massimiliano Lisa si è proclamato con la squadra già formata, vicesindaca e assessora alla Cultura annunciate prima di aver raccolto un voto: la candidatura come atto di presenza, il governo immaginato prima del consenso. Lorenzo Pacini, che alle eventuali primarie del centrosinistra porta la formula del socialismo municipale, occupa più uno spazio e un ruolo dentro una coalizione che ancora non sa se le primarie le celebrerà. In entrambi il gesto precede il progetto, o lo sostituisce.