L’agiografia ha molti demeriti, in qualsiasi campo artistico la si applichi. Il principale: ridurre a figurine bidimensionali persone a tutto tondo, mai rapportabili a una sola, cogente caratteristica. Di Syd Barrett, scomparso esattamente vent’anni fa, il 7 luglio 2006, nel rimpianto di molti appassionati sinceri, nella curiosità morbosa di molti altri che andavano a turbarne la malata quiete di sessantenne appartato in campagna, nell’opaca insensibilità degli altri Pink Floyd (fatto salvo, poi, dedicargli infiniti rimpianti ex post e un intero disco), il primo e forse unico dato che si tende a sottolineare è la follia. Implementata dalle droghe. Follia creativa, magari, ma tant’è. La bilancia del sensazionalismo piega sempre uno dei due piatti verso questo aspetto, adombrando il mercuriale, smisurato talento di un ragazzo che vedeva, suonava, scriveva cose che gli altri spesso neppure intuivano, di un musicista mai considerato per il suo reale valore, e di un giovane, brado intellettuale che aveva saputo, in pochi anni, assorbire bulimicamente una quantità di apporti culturali contemporanei e passati davvero stupefacente, a giudicare col senno di poi.

Dando per scontato, peraltro, che Syd Barrett non è stato solo, per un radioso e teso assieme momento storico, quello della psichedelia inglese, un musicista e un poeta intriso di buone letture e migliori meditazioni, ma anche un pittore di notevole talento. Ma di lacerante spirito autocritico: ben poco è sopravvissuto dei suoi quadri visionari, esatto corrispondente di quanto riusciva a cavare dalle corde della sua chitarra. I quadri li distruggeva, la maggior parte delle volte, e le poche fotografie restate a testimonianza ci portano in dote un altro brandello di genialità dispersa e irrecuperabile dell’uomo senza il quale i Pink Floyd, come li abbiamo conosciuti e mitizzati non sarebbero esistiti. Va detto con onestà, a dispetto della mole di opere post Barrett, e della un po’ stucchevole diatriba avvelenata quasi cinquantennale tra Roger Waters e David Gilmour, le due anime contrapposte e curiosamente speculari dei «secondi» Pink Floyd.