Roma è una città attraversata da contraddizioni profonde. La crisi dell'abitare, le disuguaglianze economiche e territoriali, la pressione crescente dei fondi immobiliari, l'overtourism, il lavoro povero e precario e la carenza di servizi in molte periferie rappresentano le principali sfide della Capitale.
È naturale e necessario che una sinistra viva e critica chieda risultati ambiziosi alle istituzioni, soprattutto a quelle che considera più vicine. È molto meno comprensibile che, mentre le destre ridefiniscono in senso regressivo il welfare, il lavoro, il diritto all'abitare e perfino l'idea di cittadinanza, una parte di essa individui nel sindaco Roberto Gualtieri il principale avversario, più del governo nazionale, di quello regionale e persino della cordata remigrazionista.
Il teorema è noto: la giunta romana sarebbe indistinguibile dalle destre, subalterna ai fondi immobiliari, responsabile delle privatizzazioni e delle rigenerazioni urbanistiche più controverse.
È una lettura che semplifica la realtà fino a deformarla. Infatti, nei quattro anni trascorsi, si sono introdotte rilevanti novità a partire dal metodo. Non si è scelto tra governare e dialogare, si è provato a fare entrambe le cose pur riuscendoci solo parzialmente. Sarà necessario farlo meglio, da ambo i versanti, perché senza dialogo vero con corpi intermedi e persone nessuna trasformazione diventa abbastanza profonda. Ma un'esperienza che ancora non ha completato il mandato dovrebbe essere valutata in primo luogo per la direzione di marcia, il rapporto con la società, la capacità di produrre avanzamenti concreti, non per la caricatura costruita attorno a singole vicende.








