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13 FEBBRAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 11:00

Da nord a sud del Paese, la “rigenerazione urbana” è diventata il tormentone lessicale di amministratori, politici e promotori immobiliari: la declinano come un talismano linguistico, nella convinzione che nominarla equivalga a produrla. A forza di essere usata a sproposito, però, finisce per non significare più nulla. Nel racconto dominante, festival, murales, panchine e rastrelliere per biciclette: tutto viene venduto come rigenerazione. Il termine si è dilatato fino a coprire qualsiasi operazione, purché visibile, fotografabile e comunicabile.

Nel frattempo, il significato originario della rigenerazione urbana è sparito. Eppure è tutt’altra cosa: non è un evento che si esaurisce con il taglio di un nastro, ma un processo strutturale. È pianificazione e progettazione orientate a restituire qualità e funzionalità a parti di città degradate o obsolete. Tradotto: servizi, spazi pubblici accessibili, manutenzione costante, sicurezza, opportunità. Riguarda la casa, il lavoro, la mobilità; riguarda la redistribuzione delle opportunità e la cura dello spazio pubblico come infrastruttura di diritti, capace di ridurre le disuguaglianze.