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2 FEBBRAIO 2026
Ultimo aggiornamento: 6:54
Se oggi esiste un’idea credibile di rinascita per Roma, non passa dalle grandi operazioni immobiliari, ma da progetti pubblici capaci di tenere insieme infrastrutture, cultura e spazio urbano. È in questa direzione che vanno due interventi apparentemente distanti e invece profondamente convergenti: la nuova stazione Colosseo–Fori Imperiali della Metro C, con progetto di allestimento degli spazi interni e delle aree museografiche degli architetti Filippo Lambertucci e Andrea Grimaldi (Sapienza Università di Roma), e il Museo delle Periferie a Tor Bella Monaca (in fase di realizzazione), ideato da Giorgio de Finis. Il primo ricuce centro e margini attraverso la mobilità; il secondo restituisce centralità culturale a territori esclusi dalla narrazione urbana.
L’archeostazione Colosseo, inaugurata dopo tredici anni di cantiere, è l’esempio più compiuto di questa capacità. Non si tratta di risolvere un conflitto tra scavo archeologico e infrastruttura, ma di trasformarlo in progetto urbano. Sviluppata su quattro livelli fino a 32 metri di profondità, assume il pozzo come dispositivo narrativo centrale. Gli antichi pozzi rinvenuti durante gli scavi – costruiti in origine per scopi pratici, come raccogliere acqua o smaltire liquidi, e in epoche successive riutilizzati come depositi rituali per offerte e pratiche sacre – diventano carotaggi spazio-temporali che accompagnano la discesa e la narrazione, fenditure nella storia lungo cui si articola l’intero intervento. La stazione stessa si comporta come un grande pozzo urbano che restituisce frammenti e stratificazioni, invertendo il rapporto tra superficie e profondità.






