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Ultimo aggiornamento: 7:44
Latina è la città più giovane d’Italia, la più famosa delle città del Novecento. Ma fin dall’inizio – quando si chiamava Littoria – è stata costruita attorno ai simboli e alla memoria, sull’idea che doveva rappresentare. Sì, perché non bastava tirar su case e strade: bisognava inventarsi la nascita di un mito.
Nel 1932 la città viene fondata e poi inaugurata con atti politici e mitologici, con tanto di riti romani, fasci e tradizioni vere o inventate. Avrebbe dovuto essere la prediletta del Duce, incarnare la nuova civiltà redenta dalle paludi della vecchia Italia. Si cacciarono i contadini che già c’erano e si importarono dal Nord i nuovi italiani, quelli che si diceva fossero stati scelti tra i più operosi. E poi si è scoperto che erano solo persone che andavano tolte da una zona ‘calda’. Per preparare il loro arrivo si bonificò tutto: la terra, l’acqua, perfino la società. Una bonifica integrale, appunto. Un esperimento di modernismo reazionario, idea in voga nella Germania nazista di allora, con la differenza che qui ci mettemmo pure il sole, le spighe di grano e la retorica della terra redenta.
Poi la guerra finì, Littoria cambiò nome e diventò Latina. Ma il destino restò lo stesso. A guidarla non era più il Regime ma sempre lo Stato, con altri simboli: la Cassa per il Mezzogiorno, le fabbriche, la centrale nucleare di Borgo Sabotino. In trent’anni si passò dal fango all’atomo, e pareva un miracolo. Ma anche quella era una fede: nel progresso, nell’energia, nell’industria che avrebbe salvato tutti. Quando nel 1987 chiusero pure la centrale, si spense un sogno. Finita la Cassa, finiti i sussidi, finì pure la politica. E da allora Latina si è arrangiata. Dove non arrivavano più i piani statali iniziò ad arrivare la nostalgia: intitolazioni, busti e rievocazioni.







