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Ultimo aggiornamento: 7:40

di Graziano Lanzidei

Qualche giorno fa, a Latina, un gruppo ha manifestato in via Don Morosini per invocare la remigrazione e la reconquista. Parole e simboli forti, pronunciati in una città che – proprio per come è nata e cresciuta – rendono questo tipo di slogan non solo fuori luogo, ma profondamente contraddittori.

Non è mio interesse discutere chi c’era o quali sigle sventolassero. Preferisco concentrarmi su un dato più profondo: l’assurdità di parlare di remigrazione in un territorio come questo. Perché Latina non è mai stata città “dei nativi”, ma figlia e frutto della migrazione. Lo dice chiaramente Antonio Pennacchi in un passo tratto da Dai Volsci ai Rom. La transumanza nel Pontino, scritto con Massimiliano Lanzidei su Limes: “In quanto città nuova – che prima non c’era – Latina ha visto fin dal nascere l’afflusso continuo di nuove genti in cerca di fortuna, lavoro od opportunità. Al primo nucleo di coloni veneto-friulano-ferraresi, di impiegati romani e di abitanti dei monti Lepini, si sono aggiunti (…) vasti gruppi provenienti dai paesi dell’Est (…) oltre che dall’Africa e dall’Asia: sikh del Punjab, Pakistan, India, Bangladesh. L’intera popolazione di Latina quindi (…) è fatta di immigrati, soprattutto di seconda, terza e anche quarta o quinta generazione. Ma sempre immigrati, almeno nel sangue e nell’inconscio, restiamo”.