C’è una tensione sentimentale nel lungo articolo che Christian Raimo ha pubblicato sulla piattaforma Lucy. Un’energia emotiva che accompagna la ricostruzione storica delle sinistre romane negli ultimi decenni, nel succedersi di tante lotte, nelle esperienze vissute con furore o con mestizia, così come nei tanti tentativi di comporre volontà collettive. Il tutto, alla luce dell’incontro-scontro tra l’autonomia dei movimenti e la politica rappresentativa. Un incontro-scontro che, al netto delle mille ragioni che si dispiegano nell’affrontarlo, aspre o indulgenti che siano, s’insinua fin nell’intimo di ciascuno, di ciascuna, s’interiorizza fino all’angoscia e chiede aiuto al più improbabile dei soccorritori: il desiderio sfuggente ma mai sopito di costruire una sinistra credibile e incisiva.

Eppure ce ne sarebbero tutte le condizioni. Roma è uno sterminato giacimento di esperienze sociali, civiche e variamente culturali, che se solo volessero (decidessero) potrebbero diventare un ragguardevole soggetto politico: già lo rappresentano, ma non lo diventano. Perché si dividono al loro interno, perché le loro intenzionalità si divaricano. Tra chi ritiene che solo con le lotte si ottengono risultati e chi si affida alle forze politiche più contigue. E quel che ne consegue è una generale modestia di risultati concreti, poco riconoscibili, quasi irrilevanti.