L’intelligenza artificiale ha acceso una nuova stagione di investimenti nei data center. Il punto più discusso finora è stato il fabbisogno di elettricità. Ma l’altra faccia del problema è l’acqua: quella usata per raffreddare i server e, soprattutto, quella impiegata fuori dai cancelli degli impianti, nelle centrali elettriche che alimentano le infrastrutture digitali. È qui che si apre uno scarto rilevante tra ciò che le big tech comunicano e l’impatto effettivo delle loro attività.Microsoft, Google, Amazon e Meta pubblicano ogni anno report di sostenibilità con dati sul consumo idrico diretto dei loro siti. Il problema è che questo perimetro copre solo una parte della domanda reale. Secondo il Lawrence Berkeley National Laboratory, in un’analisi pubblicata nel 2024 per il Dipartimento dell’Energia statunitense, negli Stati Uniti il consumo idrico indiretto dei data center è stato storicamente circa dodici volte superiore a quello diretto. In altre parole, guardare solo ai litri o ai galloni usati dentro il data center rischia di dare un’immagine parziale del fenomeno. (Fonte: eta-publications.lbl.gov)Il nodo conta ancora di più perché l’espansione dell’AI coincide con la più grande ondata di costruzione di infrastrutture digitali degli ultimi anni. Secondo un’analisi di Carbon Direct, dal gennaio 2024 oltre 170 miliardi di dollari di capacità annunciata nei data center ai negli Stati Uniti sono stati bloccati, ritirati o rallentati dall’opposizione delle comunità locali. Tra le ragioni ricorrono la poca trasparenza, gli accordi di riservatezza e i timori per l’uso di acqua ed energia. Indice degli argomenti: