Dopo oltre un secolo di storia, il nome Tomasello torna a raccontare la pasta siciliana con uno sguardo nuovo. Un progetto che intreccia memoria familiare, cultura del grano e collaborazione con alcuni dei migliori pastifici artigianali dell'isolaDopo oltre un secolo di storia, il nome Tomasello torna a raccontare la pasta siciliana con uno sguardo nuovo. Un progetto che intreccia memoria familiare, cultura del grano e collaborazione con alcuni dei migliori pastifici artigianali dell'isolaLa storia che sto per raccontarvi risale a qualche newsletter fa. I più intrepidi ricorderanno che in occasione del Carbonara Day feci un brevissimo riferimento al celebre pacco di pasta blu della mia infanzia. Ebbene, quel riferimento non è passato inosservato e ho avuto il piacere di scambiare due chiacchiere con Margherita Tomasello, dell'omonimo marchio di pasta in voga sino a pochi anni fa in Sicilia: la pasta Tomasello. Ci troviamo a Casteldaccia, in provincia di Palermo. Dal terrazzo di casa - quella che ha costruito il nonno per i figli e i nipoti - si vede il mare del golfo di Cefalù. E appena sotto, il pastificio. Il Pastificio Tomasello chiude nell'ottobre del 2014. Oltre un secolo di storia, di semola e di anelletti. Un'azienda che per decenni aveva rappresentato una delle realtà produttive più importanti della Sicilia, capace di esportare negli Stati Uniti quando il mercato internazionale era ancora una prospettiva lontana per gran parte dei pastifici dell'isola: «Il nostro anelletto era bombato, impeccabile in cottura e non si spezzava», mi ricorda Margherita. La chiusura arriva per quella combinazione di fattori che spesso mette in crisi le imprese familiari giunte alla quarta generazione: ruoli poco definiti, consulenze sbagliate, difficoltà di accesso al credito. Un intreccio di problemi che, nel tempo, finisce per diventare insostenibile. Per Margherita è un lutto. Per quasi due anni evita persino di affacciarsi dal terrazzo di casa che guarda direttamente sul pastificio. «È stato un vero e proprio perdita», racconta. Poi, lentamente, arriva una domanda diversa. Non più cosa è stato perso, ma cosa può ancora essere salvato. «Devo continuare a piangere oppure mi devo dare da fare?» Questa è la stessa determinazione che anni prima l'aveva portata a essere la prima donna a entrare in un'azienda composta esclusivamente da uomini. Una scelta tutt'altro che semplice, soprattutto quando gli uomini in questione erano anche parenti. Come dice lei, è entrata “a gomitate”. E quella stessa tenacia non l'ha più abbandonata. È l'unica della famiglia che ha scelto dopo tanti anni di non allontanarsi dal settore, di non voltare pagina del tutto. «Mi piaceva l'idea che il nostro cognome, la nostra esperienza, rimanessero nel settore». Così, inizia a studiare. A girare la Sicilia. Osservando il mercato, Margherita si accorge che sta accadendo qualcosa di inatteso. Dopo oltre un secolo dominato dalla crescita industriale, stanno tornando a nascere piccoli laboratori specializzati, concentrati sulla qualità delle materie prime, sulla trafilatura al bronzo e sulle lunghe essiccazioni: «È una rivoluzione al contrario», la definisce. Se nell'Ottocento i piccoli pastifici avevano progressivamente lasciato spazio alle grandi industrie, oggi è proprio la dimensione artigianale a riconquistare attenzione e valore. Poi arriva il Covid. Per molti, un blocco. Per Margherita, il momento del rilancio: i figli tornano a casa - ingegneri informatici - e insieme costruiscono il marchio, l'e-commerce, il packaging. Nasce Sicilia Naturalmente, pasta firmata Margherita Tomasello: il cognome c'è ancora, ma la visione è nuova. «Il racconto del marchio Tomasello doveva in un certo modo finire con l'industria. Mentre, invece ora, col discorso Sicilia Naturalmente, continuando a firmare la pasta, c'è una continuità, una visione nuova». La svolta distributiva arriva con gli aeroporti siciliani. È il turista che sceglie con gli occhi, alla prima sensazione che dà il packaging. Ma è quello che succede dopo che conta davvero: le mail che arrivano una volta assaggiato il prodotto le danno un grande segnale di speranza, come quello arrivato da un importatore negli Stati Uniti trovato grazie a un passaggio in aeroporto. Lo stesso mercato americano che il Pastificio Tomasello aveva aperto decenni prima, stavolta raggiunto da sola, con mezzi completamente diversi. La pasta oggi nasce dalla sinergia con quattro pastifici distribuiti per l'Isola - Salemi, Castellammare del Golfo, Palazzolo Acreide, Resuttano - e la scelta non è casuale né romantica. «Credo che ognuno di loro sappia fare bene un tipo di prodotto. Per la busiata vado sulla zona di Trapani, lo spaghetto migliore l'ho trovato a Palazzolo Acreide, uno degli anelletti più buoni per cottura e attenzione all'essiccazione è a Salemi». La semola è siciliana, acquistata direttamente dai produttori che macinano il grano, essiccata a basse temperature per non compromettere il cuore della semola. «L'industria lavorava ad alte temperature: per carità, non fanno male, ma la bassa temperatura ti evita di rovinare quello che è proprio il cuore del grano». C'è un'ultima cosa che Margherita ha costruito e che decide di raccontarmi: i corsi da assaggiatore di pasta. Teoria prima - ciclo produttivo, grani, essiccazione, packaging - poi pratica: quattro marchi diversi, tutti spaghetti, bolliti e serviti in bianco, senza sale. Li si annusa, li si tiene in mano, li si mastica. Si ascolta il rumore. «Usiamo quattro sensi», precisa. È un atto quasi pedagogico, e forse anche un po' militante: restituire al consumatore gli strumenti per scegliere. In un mercato dove anche i grandi brand industriali corrono ad aggiungere nuove linee, Margherita Tomasello lavora con la credibilità di chi non ha mai smesso di sapere cosa significa fare bene la pasta. Dal terrazzo di Casteldaccia si vede ancora il pastificio. Oggi, proviamo a riaffacciarci insieme.Tag LEGGI ANCHE L'E COMMUNITYEntra nella nostra community Whatsapp