Tommaso Sturmo ha 27 anni quando capisce che la vita da ricercatore a Milano non fa per lui. Romano, laureato in biotecnologie, con un anno di laboratorio alle spalle e qualche borsa di studio, si ritrova a un bivio: continuare a lavorare tra provette e microscopi in laboratorio oppure trasferirsi in Abruzzo, dove l'azienda di famiglia sta morendo lentamente.

Dieci ettari a Mosciano Sant'Angelo, provincia di Teramo, pieni di querce che un tempo davano tartufi grazie alle radici micorizzate. Il nonno ne aveva fatto il suo orgoglio. Ma la produzione è poi calata e la madre ha deciso di non occuparsi più dell'azienda. "Fondamentalmente ci siamo ritrovati con un pezzo di terra che ha degli alberi, ma non è produttivo", riflette Tommaso. Ma dove altri vedono un problema, lui intravede un'opportunità.

La visione di un biotecnologo

L'ispirazione arriva dal nonno, "una persona divina, aveva fatto decine viaggi, raccontato mille storie", che per Tommaso rappresentava l'esempio di innovatore nel territorio. "Non volevo che morisse quel posto", spiega il giovane imprenditore, oggi 38enne, che dopo aver completato la magistrale in biotecnologie e un anno di ricerca a Milano, decide di tornare in Abruzzo con un'idea rivoluzionaria. L'intuizione è geniale nella sua semplicità: sfruttare le querce rimaste dall'antica tartufaia per allevare suini neri d'Abruzzo, seguendo il modello del celebre maiale iberico spagnolo. "L'albero dà le ghiande, che è ciò che i maiali neri mangiano, e che gli dà un sapore particolare, con una altrettanto particolare composizione di grasso".