So che potrebbe sembrare che voglia autoelogiarmi ma, giuro, ciò che sto per dire non lo intendo come un complimento cui ho messo su la maschera della falsa modestia. Lo penso davvero, quel che ho da dire. E penso davvero sia qualcosa di negativo. Ecco, la cosa è questa: da anni, quasi ogni giorno, maledico la mia empatia: è troppa, straborda di continuo e non so cosa farci, come lavorarla, verso dove indirizzarla. E mi fa sentire impotente, mi frustra.

Un esempio; il più stupido.

Due anni fa ero in Puglia, a Lecce. Era estate, faceva un caldo assurdo, e camminavo con una persona per le strade del centro. D’un tratto, ho sentito, in alto alla mia destra, uno strano frullo d’ali, perciò mi sono girato e ho visto, sul davanzale di una finestra al secondo o terzo piano, un piccione che moriva. Doveva essere atterrato a grande velocità su uno di quegli spuntoni di metallo che si usano come dissuasori; per i piccioni appunto. E quindi stava lì, trafitto, e moriva lento. Mi è venuto da piangere, però mi sono trattenuto. La persona che era con me ha notato il piccione, poi la mia espressione. Non c’è bisogno di fare così per un piccione, mi ha detto. E abbiamo ricominciato a camminare senza più parlarne. Non ho smesso di pensarci per tutto il giorno, io; e ancora, dopo due anni, ho in testa quel frullo d’ali.