In tempi in cui le cronache descrivono omicidi efferati, guerre e prevaricazioni, ha senso parlare di gentilezza. Molti la considerano una virtù inutile e segno di debolezza. Ed è poca la stima che raccoglie l’individuo gentile, mentre chi riesce a prevaricare viene percepito come forte e vincente. Se ne è parlato al XVII congresso di Psichiatria di Bormio dedicato ai conflitti. Secondo l’American Psychological Association, la gentilezza è un’azione benevola rivolta a un’altra persona che non punta a una ricompensa. “Fa bene alla salute di sé stessi e di chi ci circonda”, spiega Claudio Mencacci, psichiatra e co-presidente della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia (Sinpf).

“Si coltiva, si impara a non giudicare, a scegliere le parole che aiutano a comprendere invece di ferire. Non risolve tutto, ma cambia il clima intorno a noi”. Un atteggiamento che può essere contagioso.

“I gesti di rispetto o di ascolto autentico possono innescare sentimenti di fiducia, cambiare l’atmosfera emotiva di un gruppo, ridurre o contenere i conflitti. La gentilezza — spiega Mencacci — sembra un valore fragile, quasi fuori tempo, ma non è una debolezza. È una forma di resilienza civile e morale, che vuole mantenere aperto il dialogo anche verso chi vuole lo scontro. Essere gentili non vuol dire essere ingenui, ma lucidi, coraggiosi e decisi a non farsi trascinare nella spirale dell’aggressività che porta a perdere la propria umanità".