Quando la disponibilità verso gli altri, anche a costo del proprio benessere, diventa un modo di stare al mondo ci si dovrebbero porre delle domande. Ecco come stabilire fin dove si può arrivare per altruismo
di Stefania Medetti
Esiste una linea sottile oltre la quale la gentilezza smette di essere una forma di relazione e diventa una forma di rinuncia. Ce ne accorgiamo quando iniziamo a dire di sì più di quanto vorremmo e lo facciamo per piacere agli altri, per fare un favore o per evitare un conflitto. È il “people-pleasing”, un comportamento in cui la disponibilità smette di essere una scelta e diventa un modo di stare al mondo. Secondo un sondaggio YouGov citato in letteratura clinica, il 49% delle persone tende a dare la priorità agli altri, con percentuali più alte fra le donne. Da dove nasce il bisogno di essere accomodanti e disponibili, anche a costo di mettere in secondo piano le proprie esigenze? “È un bisogno difensivo che risponde a una modalità automatica di risposta. Fino a qualche anno fa parlavamo solo di attacco, fuga e freezing come risposte automatiche dell’amigdala in condizioni di minaccia. Oggi sappiamo che c’è anche il “tend to be friend”, una risposta difensiva che si attiva quando ci sentiamo minacciati da una persona che ha più potere di noi, sia fisicamente che come ranking sociale”, risponde la dottoressa Nicoletta Cinotti, psicologa e autrice di “La gioia ribelle - La mindfulness e l’arte di invecchiare” (Enrico Damiani Editore). Molto spesso, la gentilezza è una strategia appresa nell’infanzia, quando impariamo a leggere l’ambiente relazionale e ad adattarci ad esso. In contesti in cui l’approvazione è legata all’essere collaborative e disponibili, interiorizziamo l’idea che il legame dipenda dalla nostra capacità di non creare attrito.







