Sentirsi arenate in una situazione di vita, che sia privata o lavorativa, che non funziona più: cosa ci ostacola e di cosa abbiamo bisogno per uscirne

di Stefania Medetti

3 minuti di lettura

C’è una sensazione che accomuna esperienze molto diverse tra loro: restare in una coppia che non cresce, continuare un lavoro che non soddisfa, rimanere fedeli a un ruolo che non rappresenta più la nostra visione di noi stesse. È la sensazione di essere bloccate. Non necessariamente infelici in modo eclatante, ma immobili, come se qualcosa, nel tempo, si fosse opacizzato. Uscire da questa condizione appare difficilissimo, perché non è mai soltanto una scelta pratica. È un processo psicologico che chiama in causa identità, paure e rinunce silenziose che si sono accumulate nel tempo. Come ha scritto la giornalista Lori Gottlieb sul New York Times: “Non temiamo tanto il cambiamento quanto la perdita della storia che ci raccontiamo su chi siamo”. Negli ultimi anni, numerose ricerche sul comportamento decisionale e sull’attaccamento hanno confermato che restiamo in situazioni insoddisfacenti non tanto per mancanza di alternative, quanto per un bisogno profondo di stabilità. Il cervello, infatti, privilegia ciò che è noto e prevedibile, anche quando questo va a nostro detrimento.