Esiste un meccanismo psicologico che ci porta ad adattarci agli altri fino a perdere di vista le nostre esigenze. Ma è uno schema che si può interrompere: intervista alla psicoterapeuta Meg Josephson
di Giulia Mattioli
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Una collega se ne va dall’ufficio senza salutare, o un’amica impiega giorni a rispondere a un messaggio. Possono esserci numerose spiegazioni: forse non si sente bene, magari ha fretta di andare a prendere la figlia a scuola, ha un appuntamento dal medico, o è semplicemente distratta. Eppure, nonostante tutte queste possibilità, per molte persone la prima reazione è domandarsi “Ce l’avrà con me?”, e nel contempo avviare un intenso lavorio mentale fatto di riletture, ricostruzioni, tentativi di individuare il momento esatto in cui si potrebbe aver sbagliato a dire o fare qualcosa.
Per Meg Josephson, psicoterapeuta e voce seguitissima sui social, questa è una delle manifestazioni più comuni del fawning, ovvero la tendenza a monitorare costantemente l’altro e ad adattarsi per prevenire il conflitto, il rifiuto o la distanza. Non è una semplice forma di insicurezza o di paura del giudizio, ma una risposta psicologica che ci porta a essere concilianti fino all’estremo, a smussare ogni attrito, a diventare compiacenti pur di restare nelle grazie degli altri attraverso un lavoro continuo, spesso estenuante, che sposta sistematicamente in secondo piano i propri bisogni, le proprie emozioni, i propri limiti. Nel suo nuovo libro Non devi piacere a tutti, edito in Italia da Corbaccio, Josephson spiega da dove viene questo bisogno di compiacimento costante, perché può far male e come ‘guarirne’, partendo dalla propria esperienza personale.













