Viviamo in un tempo paradossale: non siamo mai stati così connessi e, allo stesso tempo, così stanchi delle relazioni. Non è la solitudine il problema principale, ma la fatica di stare insieme. Una fatica silenziosa, che si infiltra nelle classi, nelle famiglie, nei gruppi di lavoro. Una fatica che non fa rumore, ma che si vede: nell’irritazione, nel ritiro, nella superficialità dei legami. Abbiamo trasformato la relazione in una prestazione. Ogni incontro sembra dover servire a qualcosa: produrre, insegnare, risolvere, dimostrare. Anche l’essere insieme è diventato un compito. E quando la relazione deve continuamente giustificare la propria utilità, perde respiro. Si irrigidisce. Si svuota.

L’importanza del gioco

È dentro questo scenario che il gioco torna ad avere un valore radicale. Non come tecnica educativa, non come strumento per “coinvolgere di più”, ma come spazio umano. Uno spazio che non aggiusta la relazione, ma la rivela. Perché il gioco, se lo guardiamo davvero, non serve a nulla. E proprio per questo serve tantissimo. Nel gioco accade qualcosa che oggi abbiamo quasi dimenticato: si può stare insieme senza dover dimostrare chi si è. Si può partecipare senza essere sempre all’altezza. Si può perdere senza sentirsi sbagliati. Sarà questo il filo conduttore del convegno ‘Giocare nella relazione’, che si terrà il 10 maggio a Brescia, organizzato, fra gli altri, da Gianluca Daffi, psicologo , docente all’università Cattolica di Milano e Brescia, fondatore dei Gruppi di integrazione genitoriale, game designer ed esperto in metodologie ludico didattiche. Un incontro che si chiede se è ancora possibile, oggi, a livello comunitario, costruire la relazione utilizzando il gioco.